modello sociale di disabilità
recensioni testi
articoli scientifici
brani selezionati
blog
 

 

 

 

 









da "Materia e memoria " di Henri Bergson (Biblioteca Universale Laterza, 1996)

…ascolto due persone conversare in una lingua sconosciuta. Questo basta perché io le capisca? Le vibrazioni che mi giungono sono le stesse che colpiscono le loro orecchie. Tuttavia io percepisco soltanto uno rumore confuso, in cui tutti i suoni e si assomigliano. Io non distinguo niente, e non potrei ripetere niente. In questa stessa massa sonora, al contrario. I due interlocutori distinguono delle consonanti, delle vocali e delle sillabe che non si assomigliano molto, infine delle parole distinte. Tra loro e me, dov'è la differenza? Il problema è sapere come la conoscenza di una lingua, che è soltanto ricordo, possa modificare la materialità di una percezione presente, e fare attualmente capire agli uni ciò che altri, nelle stesse condizioni fisiche, non capiscono. Si suppone, è vero, che i ricordi uditivi delle parole, accumulati nella memoria, rispondano qui al richiamo delle impressioni sonore e vengano a rinforzarne l'effetto. Ma se la conversazione che sento è per me soltanto un rumore, si può supporre il suono rinforzato quanto si voglia: il rumore, per il fatto di essere più forte, non sarà per questo più chiaro. Perché il ricordo della parola si lasci evocare dalla parola sentita, bisogna almeno che l'orecchio capisca la parola. 1 suoni percepiti come parleranno alla memoria, come sceglieranno, nel magazzino delle immagini uditive, quelle che devono posarsi su di essi, se non sono già state separate, distinte, percepite infine, come sillabe e come parole?


Questa difficoltà non sembra aver sufficientemente colpito i teorici dell'afasia sensoriale. Nella sordità verbale, in effetti, il malato si trova, rispetto alla sua lingua propria, nella stessa situazione in cui ci troviamo noi stessi quando sentiamo parlare una lingua sconosciuta. Egli ha generalmente conservato intatto il senso dell'udito, ma non comprende niente delle parole che sente pronunciare, e sovente non arriva neanche a distinguerle. Si crede di aver sufficientemente spiegato questo stato dicendo che i ricordi uditivi delle parole sono distrutti nella corteccia, o che una lesione, ora transcorticale, ora sottocorticale, impedisce al ricordo uditivo di evocare l'idea, o alla percezione di raggiungere il ricordo. Ma, almeno nell'ultimo caso, il problema psicologico resta intatto: qual è il processo cosciente che la lesione ha abolito, e per quale tramite si opera in generale il discernimento delle parole e delle sillabe, date innanzitutto all'orecchio come una continuità sonora? La difficoltà sarebbe insormontabile se avessimo realmente a che fare soltanto con delle impressioni uditive da una parte, con dei ricordi uditivi dall'altra. Non sarebbe lo stesso se le impressioni uditive organizzassero dei movimenti nascenti, capaci di scandire la frase ascoltata e di segnarne le principali articolazioni. Questi movimenti automatici di accompagnamento interiore, dapprima confusi e mal coordinati, ripetendosi si sprigionerebbero allora sempre meglio; finirebbero per delineare una figura semplificata, in cui la persona che ascolta ritroverebbe, nelle loro grandi linee e nelle loro principali direzioni, i movimenti stessi della persona che parla.

Così nella nostra coscienza si dispiegherebbe, sotto forma di sensazioni muscolari nascenti, ciò che chiameremo lo schema motorio della parola sentita. Formare il proprio orecchio agli elementi di una lingua nuova non consisterebbe, allora, né nel modificarne il suono bruto né nell'aggiungere ad esso un ricordo; consisterebbe nel coordinare le tendenze motorie dei muscoli della voce con le impressioni dell'orecchio, significherebbe perfezionare l'accompagnamento motorio. Per imparare un esercizio fisico noi incominciamo con l'imitare il movimento nel suo insieme, così come i nostri occhi ce lo mostrano dall'esterno, così come abbiamo creduto di vederlo eseguire. La nostra percezione è stata confusa: confuso sarà il movimento che si cerca di ripetere. Ma mentre la nostra percezione visiva era quella di un tutto continuo, il movimento con cui cerchiamo di ricostruire l'immagine è composto da una moltitudine di contrazioni e di tensioni muscolari; e la coscienza che ne abbiamo comprende essa stessa molteplici sensazioni, provenienti dal variegato gioco delle articolazioni. Il movimento confuso che imita l'immagine ne è dunque già la virtuale scomposizione; porta in sé, per così dire, di che analizzarsi.

Il progresso che nascerà dalla ripetizione e dall'esercizio consisterà semplicemente nello sprigionare ciò che dapprima era avviluppato, nel dare a ciascuno dei movimenti elementari quell'autonomia che assicura la precisione, visto che tutto in esso conserva la solidarietà con gli altri, senza la quale diventerebbe inutile. Si ha ragione nel dire che l'abitudine si acquista attraverso la ripetizione dello sforzo; ma a che cosa servirebbe lo sforzo ripetuto se riproducesse sempre la stessa cosa? La ripetizione ha come vero effetto quello di scomporre prima, di ricomporre in seguito, e di parlare così all'intelligenza del corpo. Questa sviluppa, ad ogni nuovo tentativo, dei movimenti avviluppati; richiama ogni volta l'attenzione del corpo su di un nuovo particolare che era passato inosservato; fa sì che esso divida e classifichi; sottolinea ad esso l'essenziale; ritrova, ad una ad una, nel movimento totale, le linee che ne segnano la struttura interna. In questo senso un movimento è imparato non appena il corpo lo ha compreso. E' così che un accompagnamento motorio della parola sentita spezzerebbe la continuità di questa massa sonora. Resta da sapere in che cosa consista questo accompagnamento. E' la parola stessa, riprodotta interiormente?

Ma allora il bambino saprebbe ripetere tutte le parole che il suo orecchio distingue; e noi stessi dovremmo soltanto comprendere una lingua straniera per pronunciarla con l'accento giusto. Ci manca che le cose accadano così facilmente. lo posso cogliere una melodia, seguirne la trama, posso persino fissarla nella mia memoria, e non saperla cantare. lo distinguo senza fatica delle particolarità di inflessione e di intonazione in un inglese che parla tedesco - dunque, lo correggo interiormente - ; da ciò non deriva che se io parlassi darei l'inflessione e l'intonazione giusta alla frase tedesca. I fatti clinici vengono peraltro a confermare l'osservazione quotidiana su questo punto. Si può ancora seguire e capire la parola mentre si è diventati incapaci di parlare. L'afasia motoria non comporta la sordità verbale. Il fatto è che lo schema, per mezzo del quale noi scandiamo la parola compresa, ne segna soltanto i contorni salienti. Sta alla parola stessa cosi come lo schizzo sta al dipinto completo. Altro è, in effetti, comprendere un movimento difficile, altro poterlo eseguire. Per comprenderlo è sufficiente realizzate l'essenziale, quanto basta per distinguerlo dagli altri movimenti possibili. Ma per saperlo eseguire bisogna inoltre averlo fatto comprendere al proprio corpo. Ora, la logica del corpo non ammette i sottintesi. Essa esige che tutte le parti costitutive del movimento richiesto siano mostrate una ad una, poi ricomposte insieme. Diventa qui necessaria un'analisi completa che non trascuri alcun dettaglio, e una sintesi attuale in cui non si riassúma niente.

Lo schema immaginativo, composto da alcune sensazioni muscolari nascenti, era soltanto uno schizzo. Le sensazioni muscolari realmente e completamente provate danno ad esso il colore e la vita. Resta da sapere come potrebbe prodursi un accompagnamento di questo genere, e se in realtà si produce sempre. Si sa che la pronuncia effettiva di una parola esige l'intervento simultaneo della lingua e delle labbra per l'articolazione, della laringe per la Donazione, infine dei muscoli toracici per la produzione della corrente d'aria da espirare. Ad ogni sillaba pronunciata corrisponde dunque l'entrata in funzione di un insieme di meccanismi, costruiti interamente nei centri midollari e bulbari. Questi meccanismi sono collegati ai centri superiori della corteccia grazie ai prolungamenti cilindro-assiali delle cellule piramidali della zona psico-motoria; è lungo queste vie che scorre l'impulso della volontà. Così, a seconda che desideriamo articolare un suono od un altro, noi trasmettiamo l'ordine di agire a tale o talaltro di questi meccanismi motori. Ma se i meccanismi interamente costruiti che rispondono ai diversi movimenti possibili d'articolazione e di Donazione sono in relazione con le cause, quali che siano, che li azionano nella parola volontaria, ci sono dei fatti che mettono fuor di dubbio la comunicazione di questi stessi meccanismi con la percezione uditiva delle parole. Tra le numerose varietà di afasia descritte dai clinici se ne conoscono innanzitutto due (4a e 6a forma di Lichtheim), che sembrano implicare una relazione di questo genere.

Così, in un caso osservato dallo stesso Lichtheim, il soggetto, a seguito di una caduta, aveva perso la memoria dell'articolazione delle parole e di conseguenza la facoltà di parlare spontaneamente; tuttavia ripeteva con la più grande esattezza ciò che gli si diceva. D'altra parte, nei casi in cui la parola spontanea è intatta, ma in cui la sordità verbale è assoluta, con il malato che non comprende più niente di ciò che gli si dice, la facoltà di ripetere la parola altrui può essere ancora conservata interamente. Si dirà, con Bastian, che questi fenomeni testimoniano semplicemente una pigrizia della memoria articolatrice o uditiva delle parole, visto che le impressioni acustiche si limitano a risvegliare questa memoria dal suo torpore? Questa ipotesi, a cui riserveremo peraltro un posto, non ci sembra render conto dei fenomeni così curiosi di ecolalia segnalati da molto tempo da Romberg, da Voisin, da Winslow, e che Kussmaul ha definito, senza dubbio con qualche esagerazione, riflessi acustici. Qui il soggetto ripete meccanicamente, e forse inconsciamente, le parole sentite, come se le sensazioni uditive si convertissero da sole in movimenti articolatori. Partendo da ciò, alcuni hanno supposto un meccanismo speciale che congiungerebbe un centro acustico delle parole ad un centro articolatorio della parola. La verità sembra essere intermedia tra queste due ipotesi: in questi diversi fenomeni c'è qualcosa di più che delle azioni assolutamente meccaniche, ma qualcosa meno di un richiamo alla memoria volontaria; essi testimoniano una tendenza delle impressioni verbali uditive a prolungarsi in movimenti di articolazione, tendenza che non sfugge sicuramente al controllo abituale della nostra volontà, che implica persino, forse, un rudimentale discernimento e che si traduce, allo stato normale, in una ripetizione interiore dei tratti salienti della parola sentita. Ora, il nostro schema motorio non è diverso.

Approfondendo quest'ipotesi, in essa si troverebbe forse la spiegazione psicologica che poco fa cercavamo di certe forme di sordità verbale. Si conoscono alcuni casi di sordità verbale con sopravvivenza integrale dei ricordi acustici. Il malato ha conservato intatto sia il ricordo uditivo delle parole sia il senso dell'udito; tuttavia non riconosce nessuna delle parole che sente pronunciare. Si suppone, qui, una lesione sottocorticale che impedirebbe alle impressioni acustiche di andare a ritrovare le immagini verbali uditive nei centri della corteccia, in cui sarebbero depositate. Ma prima di tutto il problema è precisamente quello di sapere se il cervello può immagazzinare delle immagini; e poi la stessa constatazione di una lesione delle vie conduttrici della percezione non ci dispenserebbe dal cercare l'interpretazione psicologica del fenomeno. Per ipotesi, in effetti, i ricordi uditivi possono essere richiamati alla coscienza; per ipotesi, anche le impressioni uditive arrivano alla coscienza: bisogna dunque che ci sia, nella stessa coscienza, una lacuna, una soluzione di continuità, qualcosa infine che si opponga al congiungimento della percezione e del ricordo. Ora, il fatto si chiarirà se si nota che la percezione uditiva bruta è veramente quella di una continuità sonora, e che le connessioni sensorio-motorie, stabilite grazie all'abitudine, devono avere come ruolo, allo stato normale, quello di scomporla: una lesione di questi meccanismi coscienti, impedendo alla scomposizione di attuarsi, bloccherebbe di colpo il progresso dei ricordi che tendono a porsi sulle corrispondenti percezioni. E' dunque lo "schema motorio" che potrebbe essere interessato dalla lesione.

Si passino in rassegna i casi, peraltro assai rari, di sordità verbale con conservazione di ricordi acustici: si noteranno, crediamo, a questo proposito, alcuni dettagli caratteristici. Adler segnala, come fatto rilevante nella sordità verbale, che i malati non reagiscono più ai rumori, anche intensi, mentre l'udito ha conservato in loro la più grande finezza. In altri termini, il suono non trova più in loro la sua eco motoria. Un malato di Charcot, colpito da sordità verbale passeggera, racconta che sentiva bene il rintocco della sua pendola, ma che non sarebbe stato capace di contare i colpi suonati. Con molta probabilità, dunque, non giungeva a separarli e a distinguerli. Un altro malato dichiarerà che sente le parole della conversazione, ma come un rumore confuso. Infine, il soggetto che ha perso l'intelligenza della parola sentita, la recupera se gli si ripete la parola in diverse riprese e soprattutto se la si pronuncia scandendola, sillaba per sillaba. Quest'ultimo fatto, constatato in diversi casi assolutamente chiari di sordità verbale con conservazione dei ricordi acustici, non è particolarmente significativo? Un errore di Stricker è stato quello di credere ad una ripetizione interiore integrale della parola sentita. La sua tesi sarebbe già confutata da questo semplice fatto, che non si conosce un solo caso di afasia motoria che abbia determinato la sordità verbale. Ma tutti i fatti concorrono a dimostrare l'esistenza di una tendenza motoria a disarticolare i suoni, a stabilite lo schema. Questa tendenza automatica non avviene peraltro - lo dicevamo più sopra - senza un certo lavoro intellettuale rudimentale: altrimenti come potremmo identificare insieme, e di conseguenza seguire con lo stesso schema, delle parole simili pronunciate a diverse altezze con timbri di voce differenti? Questi movimenti interni di ripetizione e di riconoscimento sono come un preludio dell'attenzione volontaria. Segnano il limite tra la volontà e l'automatismo. Per essi si preparano ee essisi decidono, come facevamo presentire, i fenomeni caratteristici del riconoscimento intellettuale. Ma che cos'è questo completo riconoscimento, giunto alla piena coscienza di se stesso?

 

 



Progetto e realizzazione A. Tinti - Copyright ALIAS 2005 Tutti i diritti riservati.