Questa
difficoltà non sembra aver sufficientemente colpito
i teorici dell'afasia sensoriale. Nella sordità verbale,
in effetti, il malato si trova, rispetto alla sua lingua
propria, nella stessa situazione in cui ci troviamo noi
stessi quando sentiamo parlare una lingua sconosciuta. Egli
ha generalmente conservato intatto il senso dell'udito,
ma non comprende niente delle parole che sente pronunciare,
e sovente non arriva neanche a distinguerle. Si crede di
aver sufficientemente spiegato questo stato dicendo che
i ricordi uditivi delle parole sono distrutti nella corteccia,
o che una lesione, ora transcorticale, ora sottocorticale,
impedisce al ricordo uditivo di evocare l'idea, o alla percezione
di raggiungere il ricordo. Ma, almeno nell'ultimo caso,
il problema psicologico resta intatto: qual è il
processo cosciente che la lesione ha abolito, e per quale
tramite si opera in generale il discernimento delle parole
e delle sillabe, date innanzitutto all'orecchio come una
continuità sonora? La difficoltà sarebbe insormontabile
se avessimo realmente a che fare soltanto con delle impressioni
uditive da una parte, con dei ricordi uditivi dall'altra.
Non sarebbe lo stesso se le impressioni uditive organizzassero
dei movimenti nascenti, capaci di scandire la frase ascoltata
e di segnarne le principali articolazioni. Questi movimenti
automatici di accompagnamento interiore, dapprima confusi
e mal coordinati, ripetendosi si sprigionerebbero allora
sempre meglio; finirebbero per delineare una figura semplificata,
in cui la persona che ascolta ritroverebbe, nelle loro grandi
linee e nelle loro principali direzioni, i movimenti stessi
della persona che parla.
Così
nella nostra coscienza si dispiegherebbe, sotto forma di
sensazioni muscolari nascenti, ciò che chiameremo
lo schema motorio della parola sentita. Formare il proprio
orecchio agli elementi di una lingua nuova non consisterebbe,
allora, né nel modificarne il suono bruto né
nell'aggiungere ad esso un ricordo; consisterebbe nel coordinare
le tendenze motorie dei muscoli della voce con le impressioni
dell'orecchio, significherebbe perfezionare l'accompagnamento
motorio. Per imparare un esercizio fisico noi incominciamo
con l'imitare il movimento nel suo insieme, così
come i nostri occhi ce lo mostrano dall'esterno, così
come abbiamo creduto di vederlo eseguire. La nostra percezione
è stata confusa: confuso sarà il movimento
che si cerca di ripetere. Ma mentre la nostra percezione
visiva era quella di un tutto continuo, il movimento con
cui cerchiamo di ricostruire l'immagine è composto
da una moltitudine di contrazioni e di tensioni muscolari;
e la coscienza che ne abbiamo comprende essa stessa molteplici
sensazioni, provenienti dal variegato gioco delle articolazioni.
Il movimento confuso che imita l'immagine ne è dunque
già la virtuale scomposizione; porta in sé,
per così dire, di che analizzarsi.
Il
progresso che nascerà dalla ripetizione e dall'esercizio
consisterà semplicemente nello sprigionare ciò
che dapprima era avviluppato, nel dare a ciascuno dei movimenti
elementari quell'autonomia che assicura la precisione, visto
che tutto in esso conserva la solidarietà con gli
altri, senza la quale diventerebbe inutile. Si ha ragione
nel dire che l'abitudine si acquista attraverso la ripetizione
dello sforzo; ma a che cosa servirebbe lo sforzo ripetuto
se riproducesse sempre la stessa cosa? La ripetizione ha
come vero effetto quello di scomporre prima, di ricomporre
in seguito, e di parlare così all'intelligenza del
corpo. Questa sviluppa, ad ogni nuovo tentativo, dei movimenti
avviluppati; richiama ogni volta l'attenzione del corpo
su di un nuovo particolare che era passato inosservato;
fa sì che esso divida e classifichi; sottolinea ad
esso l'essenziale; ritrova, ad una ad una, nel movimento
totale, le linee che ne segnano la struttura interna. In
questo senso un movimento è imparato non appena il
corpo lo ha compreso. E' così che un accompagnamento
motorio della parola sentita spezzerebbe la continuità
di questa massa sonora. Resta da sapere in che cosa consista
questo accompagnamento. E' la parola stessa, riprodotta
interiormente?
Ma
allora il bambino saprebbe ripetere tutte le parole che
il suo orecchio distingue; e noi stessi dovremmo soltanto
comprendere una lingua straniera per pronunciarla con l'accento
giusto. Ci manca che le cose accadano così facilmente.
lo posso cogliere una melodia, seguirne la trama, posso
persino fissarla nella mia memoria, e non saperla cantare.
lo distinguo senza fatica delle particolarità di
inflessione e di intonazione in un inglese che parla tedesco
- dunque, lo correggo interiormente - ; da ciò non
deriva che se io parlassi darei l'inflessione e l'intonazione
giusta alla frase tedesca. I fatti clinici vengono peraltro
a confermare l'osservazione quotidiana su questo punto.
Si può ancora seguire e capire la parola mentre si
è diventati incapaci di parlare. L'afasia motoria
non comporta la sordità verbale. Il fatto è
che lo schema, per mezzo del quale noi scandiamo la parola
compresa, ne segna soltanto i contorni salienti. Sta alla
parola stessa cosi come lo schizzo sta al dipinto completo.
Altro è, in effetti, comprendere un movimento difficile,
altro poterlo eseguire. Per comprenderlo è sufficiente
realizzate l'essenziale, quanto basta per distinguerlo dagli
altri movimenti possibili. Ma per saperlo eseguire bisogna
inoltre averlo fatto comprendere al proprio corpo. Ora,
la logica del corpo non ammette i sottintesi. Essa esige
che tutte le parti costitutive del movimento richiesto siano
mostrate una ad una, poi ricomposte insieme. Diventa qui
necessaria un'analisi completa che non trascuri alcun dettaglio,
e una sintesi attuale in cui non si riassúma niente.
Lo
schema immaginativo, composto da alcune sensazioni muscolari
nascenti, era soltanto uno schizzo. Le sensazioni muscolari
realmente e completamente provate danno ad esso il colore
e la vita. Resta da sapere come potrebbe prodursi un accompagnamento
di questo genere, e se in realtà si produce sempre.
Si sa che la pronuncia effettiva di una parola esige l'intervento
simultaneo della lingua e delle labbra per l'articolazione,
della laringe per la Donazione, infine dei muscoli toracici
per la produzione della corrente d'aria da espirare. Ad
ogni sillaba pronunciata corrisponde dunque l'entrata in
funzione di un insieme di meccanismi, costruiti interamente
nei centri midollari e bulbari. Questi meccanismi sono collegati
ai centri superiori della corteccia grazie ai prolungamenti
cilindro-assiali delle cellule piramidali della zona psico-motoria;
è lungo queste vie che scorre l'impulso della volontà.
Così, a seconda che desideriamo articolare un suono
od un altro, noi trasmettiamo l'ordine di agire a tale o
talaltro di questi meccanismi motori. Ma se i meccanismi
interamente costruiti che rispondono ai diversi movimenti
possibili d'articolazione e di Donazione sono in relazione
con le cause, quali che siano, che li azionano nella parola
volontaria, ci sono dei fatti che mettono fuor di dubbio
la comunicazione di questi stessi meccanismi con la percezione
uditiva delle parole. Tra le numerose varietà di
afasia descritte dai clinici se ne conoscono innanzitutto
due (4a e 6a forma di Lichtheim), che sembrano implicare
una relazione di questo genere.
Così,
in un caso osservato dallo stesso Lichtheim, il soggetto,
a seguito di una caduta, aveva perso la memoria dell'articolazione
delle parole e di conseguenza la facoltà di parlare
spontaneamente; tuttavia ripeteva con la più grande
esattezza ciò che gli si diceva. D'altra parte, nei
casi in cui la parola spontanea è intatta, ma in
cui la sordità verbale è assoluta, con il
malato che non comprende più niente di ciò
che gli si dice, la facoltà di ripetere la parola
altrui può essere ancora conservata interamente.
Si dirà, con Bastian, che questi fenomeni testimoniano
semplicemente una pigrizia della memoria articolatrice o
uditiva delle parole, visto che le impressioni acustiche
si limitano a risvegliare questa memoria dal suo torpore?
Questa ipotesi, a cui riserveremo peraltro un posto, non
ci sembra render conto dei fenomeni così curiosi
di ecolalia segnalati da molto tempo da Romberg, da Voisin,
da Winslow, e che Kussmaul ha definito, senza dubbio con
qualche esagerazione, riflessi acustici. Qui il soggetto
ripete meccanicamente, e forse inconsciamente, le parole
sentite, come se le sensazioni uditive si convertissero
da sole in movimenti articolatori. Partendo da ciò,
alcuni hanno supposto un meccanismo speciale che congiungerebbe
un centro acustico delle parole ad un centro articolatorio
della parola. La verità sembra essere intermedia
tra queste due ipotesi: in questi diversi fenomeni c'è
qualcosa di più che delle azioni assolutamente meccaniche,
ma qualcosa meno di un richiamo alla memoria volontaria;
essi testimoniano una tendenza delle impressioni verbali
uditive a prolungarsi in movimenti di articolazione, tendenza
che non sfugge sicuramente al controllo abituale della nostra
volontà, che implica persino, forse, un rudimentale
discernimento e che si traduce, allo stato normale, in una
ripetizione interiore dei tratti salienti della parola sentita.
Ora, il nostro schema motorio non è diverso.
Approfondendo
quest'ipotesi, in essa si troverebbe forse la spiegazione
psicologica che poco fa cercavamo di certe forme di sordità
verbale. Si conoscono alcuni casi di sordità verbale
con sopravvivenza integrale dei ricordi acustici. Il malato
ha conservato intatto sia il ricordo uditivo delle parole
sia il senso dell'udito; tuttavia non riconosce nessuna
delle parole che sente pronunciare. Si suppone, qui, una
lesione sottocorticale che impedirebbe alle impressioni
acustiche di andare a ritrovare le immagini verbali uditive
nei centri della corteccia, in cui sarebbero depositate.
Ma prima di tutto il problema è precisamente quello
di sapere se il cervello può immagazzinare delle
immagini; e poi la stessa constatazione di una lesione delle
vie conduttrici della percezione non ci dispenserebbe dal
cercare l'interpretazione psicologica del fenomeno. Per
ipotesi, in effetti, i ricordi uditivi possono essere richiamati
alla coscienza; per ipotesi, anche le impressioni uditive
arrivano alla coscienza: bisogna dunque che ci sia, nella
stessa coscienza, una lacuna, una soluzione di continuità,
qualcosa infine che si opponga al congiungimento della percezione
e del ricordo. Ora, il fatto si chiarirà se si nota
che la percezione uditiva bruta è veramente quella
di una continuità sonora, e che le connessioni sensorio-motorie,
stabilite grazie all'abitudine, devono avere come ruolo,
allo stato normale, quello di scomporla: una lesione di
questi meccanismi coscienti, impedendo alla scomposizione
di attuarsi, bloccherebbe di colpo il progresso dei ricordi
che tendono a porsi sulle corrispondenti percezioni. E'
dunque lo "schema motorio" che potrebbe essere
interessato dalla lesione.
Si
passino in rassegna i casi, peraltro assai rari, di sordità
verbale con conservazione di ricordi acustici: si noteranno,
crediamo, a questo proposito, alcuni dettagli caratteristici.
Adler segnala, come fatto rilevante nella sordità
verbale, che i malati non reagiscono più ai rumori,
anche intensi, mentre l'udito ha conservato in loro la più
grande finezza. In altri termini, il suono non trova più
in loro la sua eco motoria. Un malato di Charcot, colpito
da sordità verbale passeggera, racconta che sentiva
bene il rintocco della sua pendola, ma che non sarebbe stato
capace di contare i colpi suonati. Con molta probabilità,
dunque, non giungeva a separarli e a distinguerli. Un altro
malato dichiarerà che sente le parole della conversazione,
ma come un rumore confuso. Infine, il soggetto che ha perso
l'intelligenza della parola sentita, la recupera se gli
si ripete la parola in diverse riprese e soprattutto se
la si pronuncia scandendola, sillaba per sillaba. Quest'ultimo
fatto, constatato in diversi casi assolutamente chiari di
sordità verbale con conservazione dei ricordi acustici,
non è particolarmente significativo? Un errore di
Stricker è stato quello di credere ad una ripetizione
interiore integrale della parola sentita. La sua tesi sarebbe
già confutata da questo semplice fatto, che non si
conosce un solo caso di afasia motoria che abbia determinato
la sordità verbale. Ma tutti i fatti concorrono a
dimostrare l'esistenza di una tendenza motoria a disarticolare
i suoni, a stabilite lo schema. Questa tendenza automatica
non avviene peraltro - lo dicevamo più sopra - senza
un certo lavoro intellettuale rudimentale: altrimenti come
potremmo identificare insieme, e di conseguenza seguire
con lo stesso schema, delle parole simili pronunciate a
diverse altezze con timbri di voce differenti? Questi movimenti
interni di ripetizione e di riconoscimento sono come un
preludio dell'attenzione volontaria. Segnano il limite tra
la volontà e l'automatismo. Per essi si preparano
ee essisi decidono, come facevamo presentire, i fenomeni
caratteristici del riconoscimento intellettuale. Ma che
cos'è questo completo riconoscimento, giunto alla
piena coscienza di se stesso?
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