Anna Basso

Voce autorevole del mondo accademico, autrice dei piu’ importanti testi italiani sulla riabilitazione della afasia. I suoi studi sono citati nella letteratura internazionale come punto di riferimento fondamentale per l’afasiologia.


Si è appena concluso il Congresso internazionale organizzato dal CPLOL sulla “Qualità e l’efficacia nella riabilitazione del linguaggio” , nell’ambito del quale sono emerse alcune delle criticità insite nel lavoro riabilitativo come ad esempio la ridotta “ecologia” delle metodiche utilizzate o la necessità di maggiore confronto sulle “buone prassi”… Gli interventi di numerosi relatori, provenienti da varie parti d’Europa, hanno consentito di mettere in luce differenti prospettive e diversi tipi di percorso che sostanziano la riabilitazione nei vari paesi. Per cio’ che concerne l’afasia, in particolare, si è discusso di qualità, di terapia semantico-lessicale cosi’ come di approccio pragmatico. Al di la’ di aspetti prettamente tecnici e metodologici, chiediamo alla Prof.ssa Basso, una definizione moderna del termine “terapia della afasia”…

Ritengo praticamente impossibile definire cosa si intenda per “terapia della afasia” per una serie di ragioni. Vorrei ricordarne due.
La prima si riferisce alla estrema varietà di tecniche e terapie usate. Basta leggere un libro recentemente uscito a cura di Audrey Holland e Margaret Forbes “Aphasia Treatment. World Perspectives” per rendersene conto. Le curatrici hanno chiesto a riabilitatori di vari paesi di delineare la situazione della rieducazione dell’afasia nel loro paese. E’ impossibile trovare un denominatore comune ai tipi di intervento descritti. Si passa da interventi descritti come “pragmatici”, ad altri più “linguistici”, ad altri ancora “olistici”. Questa diversità è sicuramente in parte spiegabile con il fatto che persone diverse interpretano diversamente la natura dell’afasia e si pongono obiettivi riabilitativi diversi. In parte tuttavia è dovuta alla seconda delle ragioni che volevo ricordare qui. Non esiste “l’afasia”. L’afasia non è un disturbo unitario come ritenevano molti rieducatori che hanno operato negli anni 50 e 60. I principali esponenti di questa corrente di pensiero sono probabilmente Hildred Schuell e Joseph Wepman. Entrambi hanno proposto una teoria unitaria della terapia dell’afasia che ha avuto molto seguito negli Stati Uniti e che ancora oggi serve da modello ad alcuni riabilitatori. Oggi qualunque afasiologo riconosce che il termine “afasia” è un termine generale che indica dei disturbi acquisiti del linguaggio tra di loro molto diversi. Si pensi anche solamente ai disturbi anomici conseguenti ad una riduzione del lessico, ai disturbi legati ad un danno del sistema semantico o a dei disturbi grammaticali nella generazione delle frasi. Più difficile ma intellettualmente molto stimolante è ideare dei trattamenti riabilitativi adeguati. In conclusione, oggi si tende a non parlare di terapia della afasia ma di trattamenti riabilitativi specifici per alcuni danni funzionali identificabili (riduzione del lessico, disturbi lessicali della lettura, e così via) o di trattamenti più generali ma comunque con obiettivi relativamente definiti quali per esempio la conversazione.

E’ nostra convinzione che il sapere medico come quello di molte discipline ad antica connotazione scientifica non sia piu’ attrezzato sul piano epistemologico e applicativo a gestire il problema della complessità. Sempre più spesso nella pratica clinica ci troviamo in difficoltà nel ricorrere al modello tradizionale sul quale in effetti si fondano i nostri strumenti tecnici per la diagnosi e la cura dell’afasia, in particolare quando l’esperienza quotidiana ci mette a contatto con problematiche legate alla cronicità, non necessariamente mediche. Nasce quindi l’esigenza di un nuovo modello da cui derivare non solo strumenti, ma anche nuovi approcci centrati sulla relazione terapeuta-paziente…

Concordo pienamente sul fatto che il modello medico non è adatto per la riabilitazione dell’afasia. Il modello medico prevede una parte attiva (il medico) che ha il sapere e che dà le cure e una parte passiva (il paziente) che riceve le cure ma che non è chiamata a partecipare attivamente alle cure stesse. Per moltissimo tempo il modello medico è stato il modello imperante anche nel campo della rieducazione dell’afasia. Il riabilitatore era l’unica persona che aveva il sapere e che lo applicava e la persona afasica era semplicemente il “recipiente” delle cure. Sono convinta che un elemento molto importante per ottenere il massimo recupero possibile è la collaborazione attiva della persona afasica che deve assumere la responsabilità del proprio trattamento. Il riabilitatore deve continuare a fornire il “sapere” (e in questo la sua figura è insostituibile) ma non deve costituire l’unica figura che lo somministra. Deve fornire di volta in volta pezzi di “sapere” alla persona afasica che deve essere messa in grado di gestire la quotidianità della sua terapia, generalmente con l’aiuto dei familiari. Una diretta assunzione di responsabilità da parte della persona afasica e di chi gli è vicino è un elemento indispensabile di qualunque rapporto riabilitativo massimamente efficace.

Nell’ottica di fornire un servizio all’interno di un modello di operatività di tipo multidisciplinare, e dovendo affrontare in modo propositivo la complessità della comunicazione, quale ritiene debbano essere le competenze di un terapista responsabile della presa in carico di una persona con afasia?

Le competenze necessarie a un terapista per la presa in carico di una persona afasica sono molteplici e multidisciplinari. Senza entrare nei dettagli, vorrei indicare alcune aree di conoscenza che mi paiono indispensabili. In primo luogo il terapista deve avere delle solide conoscenza sul cervello e sul suo funzionamento, perché è tenuto ad operare con persone che hanno dei danni cerebrali. Deve inoltre avere delle buone conoscenze linguistiche e psicolinguistiche perché il disturbo che deve trattare è un disturbo del linguaggio. Infine, e non è questo certamente l’aspetto meno importante, deve avere una buona preparazione psicologica perché un aspetto molto importante della rieducazione è proprio il rapporto interpersonale tra la persona afasica e il terapista che deve sempre essere in grado di capire quello che sta avvenendo in rieducazione e motivare il paziente

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