Olimpia Casarino

Docente universitaria di storia. A 28 anni viene colpita da un ictus che la rende afasica. Successivamente intraprende un lungo percorso di recupero che la porta a contatto con svariate esperienze terapeutiche. Con passione e coraggio conduce una personale lotta per cambiare l’atteggiamento del mondo verso chi non ha voce. ALIAS ha il privilegio di averla fra i suoi soci.


Intervento di Olimpia Casarino al Seminario Edunet organizzato dalla Associazione ALIAS nel 2004

Cara Olimpia, per l’ennesima volta ci ritroviamo a parlare di afasia. Secondo la tua esperienza quale immagine descrive bene questa condizione?

La prima immagine che ho visualizzato è stata quella di un libro aperto con tanti punti interrogativi al posto delle parole ignote e “sconosciute” all’improvviso e una persona triste che pensa ad un bellissimo tramonto sentito come tramonto della propria vita, la cui emozione non riesce più a comunicare con le parole. Una prigione di emozioni, immagini e pensieri che restano bloccati, incatenati all’interno del corpo e della mente, impossibilitati ad essere comunicati all’esterno. Nella mia esperienza di uscita dall’afasia, si è reso necessario l’utilizzazione di un terzo linguaggio ( oltre a quello verbale e scritto oggettivamente compromessi) per accedere alla dimensione del silenzio forzato a cui costringe l’afasia, un linguaggio non tecnico, ma fondato sulla solidarietà umana e sulla spinta ad entrare in relazione in tutti i modi creativi possibili, un linguaggio degli occhi, un linguaggio gestuale, un linguaggio della musica, un linguaggio linguaggio più simbolico ed intimo, estremamente rispettoso del valore, della dignità e dell’unicità della persona divenuta afasica

Quali sono gli ostacoli peggiori che una persona con afasia può incontrare oggi in Italia?

L’incomprensione da parte dei propri familiari , l’arretratezza degli approcci rieducativi fondati sul tecnicismo , la disomogeneità degli stessi trattamenti sul territorio nazionale sono le prime fonti di demotivazione e di costante depressione nei soggetti afasici, costretti a peregrinare per poter parlare.

Vedi qualcosa di innovativo profilarsi all’orizzonte?

 Sì, una apertura alla ricerca e alla sperimentazione di linguaggi diversi da quello verbale e scritto nella comunicazione con gli afasici. Purtroppo è ancora limitata in ambiti associativi (ALIAS e alcune regioni dell’A.IT.A.) Il passaggio nelle relazioni mediche e non che vedono la persona colpita da afasia solo come paziente e non come persona implica una formazione e una educazione ai nuovi valori che tengano conto della unicità della persona rispettosa della sua unità di mente-corpo-spirito. E’ di fondamentale importanza “educare” familiari ed operatori della riabilitazione non solo del linguaggio, ma alla globalità della persona divenuta afasica. Educare altresì gli afasici alle infinite possibilità che il loro nuovo status racchiude e liberare le loro potenzialità nascoste con la socializzazione e la promozione di varie attività creative.

La prossima domanda riguarda un tema che mi sta molto a cuore. Dopo l’afasia, alcuni restano congelati per sempre nella frattura fra passato e presente, altri compiono il salto e scoprono una nuova dimensione. Secondo te chi è candidato a “farcela” ha caratteristiche particolari? Si può facilitare questo “salto”?

E’ molto complesso rispondere a questa domanda. La frattura fra passato e presente , tra un “prima” e “ora” creata da un evento come l’afasia o una “malattia” c ‘è ed esisterà sempre. E’ difficile accettare il fatto di diventare persone nuove…non si ritorna più come eravamo un tempo. E’ una legge di natura nascere, crescere, “evolvere” , morire, rinascere. La frattura è più profonda e più sottile. Si configura come paura del nuovo e ci si aggrappa al passato che si conosce e ci è più familiare, più controllabile in qualche misura, per paura di crescere. Si può colmare questa frattura solo lavorando sull’unità della persona . Molto dipende dalla capacità e dalla volontà della persona colpita da afasia di voler continuare a vivere, coltivare interessi nuovi ed aprirsi a “altre dimensioni dell’essere”, più rispondenti al “cambiamento di pelle”. Nella mia personale esperienza, sono riuscita ad accettarmi quasi totalmente nella mia nuova condizione, solo quando ho cominciato a lavorare sulla dimensione spirituale. Quando ho capito il senso superiore dell’esperienza, ho scoperto infinite nuove opportunità di “essere” e perfino di aiutare gli altri con la mia esperienza. in questo senso è candidato a “farcela” solo chi non si arrende mai, chi non getta mai la spugna, chi lotta per vivere meglio e più serenamente; è candidato a “farcela” colui che ricerca sempre e che sperimenta incessantemente il suo nuovo essere, il cambiamento di pelle, solo colui che vive intensamente tutte le opportunità che gli si offrono e ne fa tesoro per “evolvere”. Si può facilitare questo “salto” con la socializzazione e con la promozione di attività volte a far scoprire i nuovi “talenti”, ma chi decide questo salto è solo la persona interessata.

E infine, cara Olimpia, la domanda su cui ci interroghiamo continuamente: l’afasia è una malattia o cos’altro?

Nel mio viaggio, ormai quasi trentennale, nell’afasia, mi sono posta infinite volte questa domanda, dandovi diverse risposte nel tempo. Sulle prime la consideravo una punizione divina, una calamità, poi una condizione di prigione terribile, ma mai chissà perchè? una malattia. Sono convinta che in massima parte siamo responsabili degli eventi che ci colpiscono con il nostro stile sbagliato di vita, non rispettoso della nostra unità mente-corpo- spirito e che possiamo ,se vogliamo, scoprire l’origine dell’evento e modificare la nostra vita in un percorso di consapevolezze, imparando ad amarci e a rispettarci di più. E’ questo che colma la frattura fra passato e presente, tra prima e dopo, che dà un senso più potente alla nostra nuova condizione. E questo è “evolvere”.


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