Stefano Cappa

Professore di Neuropsicologia all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano dove coordina l’attività di ricerca in neuropsicologia clinica nel campo dei disturbi del linguaggio, della memoria e della riabilitazione cognitiva.
E’ autore e co-autore di numerosi articoli e capitoli di libro riguardanti l’ approccio neuropsicologico ai disturbi afasici.

 Uno dei meriti dell’approccio neuropsicologico alla cura dei disordini del linguaggio e’ certamente quello di avere fornito una metodologia scientifica applicabile allo studio dei processi linguistici. D’altra parte, come operatori della riabilitazione, siamo consci del fatto che la teoria cognitiva non ha dato origine ad una corrispondente teoria della riabilitazione e, in questo senso, siamo d’accordo con Antonino Pennisi quando afferma la necessità di condurre studi sulle “concrete esperienze cognitive ed esistenziali” dei soggetti (ad es. colpiti da afasia) , per “tradurre e quasi far toccare con mano le questioni che i modelli teorici trattano in maniera astratta e troppo spesso distante dall’operatività…”. In questo senso la neuropsicologia ha ancora qualcosa da dare? E’ ipotizzabile che fra le varie prospettive di indagine futura, la Neuropsicologia si orienti a fornire un contributo realmente attinente ai processi di cura?

 

Quello che sollevate e’ un punto cruciale; dopo un iniziale periodo di entusiasmo per l’approccio “guidato da una teoria” alla riabilitazione, si assiste ora ad un riflusso, associato ad una forte tendenza a privilegiare interventi di tipo sociale. A mio parere la delusione per la “riabilitazione cognitiva” non è completamente motivata: problemi di tipo pratico, legati alla quantità limitata di risorse disponibili (pochi terapisti, in generale scarsa offerta di terapia) ha fortemente penalizzato la possibilità di effettuare interventi lunghi e complessi di riabilitazione. Un aspetto rimane essenziale: occorre sempre tenere conto della possibilità di dimostrare l’efficacia dell’intervento in modo adeguato agli standard della ricerca clinica, attraverso l’applicazione di un disegno sperimentale corretto (ad esempio, mediante la metodologia dello studio del caso singolo). Direi inoltre che anche gli interventi di tipo “psico-sociale” devono essere guidati da conoscenze di tipo neuropsicologico (basti pensare, ad esempio, alle complesse problematiche legate alla depressione): la neuropsicologia non si esaurisce nella applicazione dei modelli della psicologia cognitiva all’interpretazione dei deficit afasici, ma dovrebbe portare allo sviluppo di proposte riabilitative basate delle sempre maggiori conoscenze sul rapporto tra cervello e funzioni cognitive. Purtroppo siamo ancora lontani da questo obiettivo.

 

E’ nostra convinzione che sia necessario, in ambito schiettamente operativo e quindi riabilitativo, abbandonare il modello basato sul deficit per acquisire una prospettiva allargata che tenga conto – anche dal punto descrittivo – delle variabili contestuali ed extralinguistiche attinenti la vita della persona afasica. Quali strumenti consiglierebbe sulla base della sua esperienza, in grado di fornire informazioni sulla disabilità e sull’handicap correlati all’afasia?

 

Data la prevalenza dell’attenzione al livello del deficit, anche a livello teorico, non sono moltissimi gli strumenti di valutazione della disabilità e dell’handicap linguistico. Abbiamo a disposizione una serie di “scale di valutazione”, come il Profilo di Comunicazione Funzionale di Martha Taylor Sarno, o quello della Americal Speech and Hearing Association, e dei test di “simulazione” di situazioni comunicative, come il CADL di Audrey Holland. Per quanto riguarda l’handicap, sono a conoscenza di alcuni strumenti ancora in fase sperimentale, sviluppati da Walter Huber in Germania e da Chris Code in Gran Bretagna. Spero che ci sia la possibilità di promuovere il loro utilizzo. Magari attraverso l’AITA, nel prossimo futuro

 

In base alla sua esperienza di clinico, quale ruolo gioca la “motivazione” nell’outcome di un programma riabilitativo per l’afasia? E come è stato approfondito questo aspetto da voi neuropsicologi?

 

E’ un aspetto importante, difficile da studiare in modo rigoroso. E’ probabilmente una delle aree cui alludevo sopra, riguardo alla possibilità di applicare allo studio dell’afasia conoscenze derivate dalla neuropsicologia moderna, ad esempio sulle basi biologiche delle emozioni. Sul piano pratico, uno degli aspetti che vale la pena sottolineare è che spesso una terapia adeguata della depressione ha un effetto positivo sulla riabilitazione: purtroppo non conosco studi che abbiano confermato questa osservazione clinica. Non va certamente trascurata la possibile utilità di interventi di tipo non farmacologico, come la psicoterapia individuale e di gruppo: purtroppo anche qui non ne sappiamo abbastanza.

 

Quali sono a suo avviso le risorse cognitive indispensabili per approcciare un intervento riabilitativo strutturato secondo il modello cognitivo?

 

Prima di tutto va chiarito cose si intende per approccio cognitivo: se ci si riferisce ad un’analisi dettagliata del deficit, sulla base di un modello della normale organizzazione, ad esempio, del lessico, è evidente che il primo criterio per l’indicazione è la presenza di un deficit “selettivo” , ovvero che riguarda uno o più processi coinvolti nell’elaborazione dell’informazione risparmiandone altri. Si tratta di una situazione rara in fase acuta, ma di riscontro abbastanza frequente nei pazienti stabilizzati. Un approccio basato su ipotesi di “riapprendimento” richiede inoltre un buon livello cognitivo e, probabilmente, conservate capacità di memoria (dico probabilmente perché non sappiamo ancora con precisione quale tipo di memoria sia coinvolta): tutti aspetti valutabili con test specifici. Un’altra risorsa essenziale è il tempo, sia per il paziente, che per il terapista. A questo proposito stiamo studiando la possibilità di utilizzare programmi di computer per semplici esercizi che possano essere eseguiti anche a casa, ovviamente sotto controllo del terapista.

 

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