Curare? Magari con l’Arte?

On 27 gennaio 2008

Mi guardo intorno e mi accorgo di essere circondata da esperienze di arteterapia che vengono condotte nei luoghi e con le modalità più differenti…dall’arte terapia a orientamento relazionale e gruppo analitico ai gruppi costruiti come “contenitori e spazi transazionali”, dai gruppi di espressione ritmica ai semplici gruppi di pittura facilitati da amatori del pennello. Tutti in ogni caso animati dal desiderio di “curare” il malessere di soggetti diversi (persone con disabilità, anziani, bambini con disagi vari). In realtà è possibile fare un primo chiarimento. L’Arterapia nasce come percorso di appoggio e/o cura di indirizzo psichico negli anni cinquanta, e discende da esperienze di psicoterapia dinamica e da pratiche dedotte dall’applicazione della Psicoanalisi. Sui testi leggo che “fino ad oggi l’Arterapia,in Italia, è stata utilizzata come tecnica riabilitativa e/o di sostegno con il fine di ridurre gli handicap psicofisici di miglioramento delle capacità relazionali e di inserimento di gruppo per personalita’ affette da patologia che va al di là della nevrosi: è stata applicata da professionisti esperti nei più diversi campi, che vanno dalla musica alla letteratura, non arrivando mai alla psicoterapia in senso stretto, per mancanza di istituzioni che selezionassero e formassero un Arteterapeuta professionalmente…è necessario sottolineare la mancanza di una figura che sappia riunire in modo coerente una solida formazione psichiatrica-psicoanalica con spiccate ed affermate, anche se relative, si intende, qualità artistiche. In Inghilterra tali interventi sono impostati da uno psicoanalista e/o psichiatra, che oltre a possedere rilevanti attititudini artistiche, corredate con bagaglio teorico necessario alla sua cosiddetta “spersonalizzazione artistica”, ha la capacità di elaborare in forma terapeutica quanto può assorbire dalla seduta di arterarapia di gruppo e/o di singolo. In tal modo si viene a riunire in un unico soggetto sia lo psicanalista che il “maestro” artista”. In Italia la situazione è profondamente differente ma non è questo ciò di cui voglio parlare.
Cosa succede nei Gruppi di Arteterapia che coinvolgono persone con Afasia? Nei gruppi di pittura, danza, teatro che quasi ogni piccola associazione ha messo su con grande entusiasmo e poi magari chiuso dopo un po’ come abbiamo fatto noi di ALIAS quando ci siamo resi conto che il livello di piacere e benessere che circolava nel gruppo era bassissimo mentre l’unica cosa evidente era il desiderio dai parte dei partecipanti di non deludere noi organizzatrici convinte di esporre gli altri a stimoli di per sé benefici?

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3 Responses to “Curare? Magari con l’Arte?”

  • Cara Alessandra Z.,il mio intervento era troppo lungo e pubblicarlo spezzettato nel blog può aver generato incomprensioni [lo trovi all’indirizzo http://www.aphasiaforum.com/pdf/ConsiderazioniPisa.pdf.Il mio non era un attacco indiscriminato a tutto ciò che ho visto e sentito a Pisa, ma un ennesimo invito agli operatori, a cui riconosco l’impegno e i buoni propositi, a mettersi in discussione sempre e ad approfondire sempre la relazione umana con le persone afasiche, a conoscerle di più, a prescindere dal progetto che potrebbero fare con loro o per loro e che, forse, potrebbe rivelarsi per qualcuno di loro anche positivo.Personalmente ho partecipato alle esperienze tutte le volte che sono stata richiesta di farlo e tutte le volte che ho potuto auto- finanziarmi i viaggi ed i soggiorni e ti assicuro che è dal 2000 che lo faccio non solo , sempre, per le persone afasiche disperse sul territorio campano ma anche per le associazioni A.IT.A e ALIAS. Sta diventando un pò pesante, per chi come me, ha problemi a spostarsi da sola perchè ho un handicap fisico da ictus.Al progetto europeo non ho potuto partecipare per due motivi principali; 1- per la lingua inglese che non parlo più e 2 – perchè i viaggi erano all’estero e mi sarebbero costati una tombola. Ho contribuito a distanza confrontandomi con Alessandra Tinti.Forse per questo motivo non vi ho conosciuto prima nè ho condiviso le vostre esperienze dall’interno.Ma sono stata invitata ad esprimere la mia opinione su quello a cui ho partecipato ed ho rivisto in atto le stesse dinamiche dell’A.IT.A a impronta medica che leggerai nel mio intervento completo in allegato.Le altre domande rivolgile direttamente ad Alessandra T. perchè attengono a scelte di cui non sono a conoscenza.Sull’esigenza del tempo sono strad’accordo. Il tempo per conoscersi, per entrare in relazione, per capirsi, per chiarirsi oltre che per condividere esperienze diverse, è fondamentale. Ma bisogna tenere in conto anche le esigenze di chi non lavora, non guadagna, vive mettendosi in gioco sempre come Alessandra T., e di chi, come me, deve spostarsi sempre lei sul territorio.E’ possibile trovare un punto d’incontro tra esigenze così diverse? io credo di sì, con tanta buona volontà, tanta umiltà e desiderio di venirsi incontro.Un abbraccioOlimpia

  • Cara Olimpia, quello che hai potuto vedere a Pisa, e`stato frutto di una decisione sofferta(ricordo che la proposta iniziale era quella di fare qualcosa che coinvolgesse anche gli ospiti stranieri e non, proposta che e`stata bocciata, che ha coinvolto tanto le conduttrici del gruppo, quanto le persone afasiche, che non sono state ne`obbligate, ne` forzate a partecipare al convegno (esendo ovvio che possono essersi sentite obbligate, questo e`certo, noi cerchiamo di far si’ che questo non avvenga, il che non significa che sempre ci si riesca).Era la prima volta che il gruppo si riuniva in un’ occasione pubblica (ce ne sono atate altre, a cui nessuno ha voluto partecipare), con il desiderio di codividere con tutti le immagini del video, e di portare una testimonianza, anche solo con la loro presenza.Le atmosfere che di volta in volta si creano nei luoghi, e le energie che circolano negli ambienti, sono imprevedibili, e le emozioni che proviamo in diverse circostanze determinate da tantissimi fattori.Ogni persona che era presente quel giorno, portava con se una storia, eventi passati e recenti (e non sto parlando solo di afasia, ovviamente), che in quella circostanza, hanno avuto un certo tipo di risonanza. Non credo che si possa evincere quello che e`uno stile di lavoro, un approccio alle persone, che per l’esperienza che ho avuto in questi anni a Pisa e`sempre stato estremamente rispettoso, il cui ingrediente principale e´stato, o per lo meno ci siamo sempre sforzate perche´cosi’ fosse, l’ascolto. Un lavoro in cui ognuno di noi, e`stato in grado di farsi da parte quando sentiva che l’apporto che poteva dare non era quello necessario in quel momento, in cui ognuno e’ stato pronto a chiedere aiuto quando era necessario.Le sensazioni che avevamo e le preoccupazion rispetto a elementi a cui tu stessa fai riferimento sono sempre state discusse con le persone che fanno parte del gruppo. (tra l’altro e’ un gruppo aperto, non solo a persone con afasia, e gli scambi con gruppi teatrali di altro tipo si e`pensato e discusss piu´volte. Ogni cosa richiede pero’ tempo, e che il gruppo si senta pronto)Allora io credo che se ci si vuole aprire ad un confronto costruttivo tra persone a cui interessa questo tema, forse sarebbe il caso di prendersi l’onere di partecipare – con rispetto, per poi discuterne insieme – a un paio di mesi di laboratorio.Aperti alla discussione e al confronto, ma con un’esperienza alle spalle. Sull’esperienza, si discute con esperienza alla mano.A questo proposito, mi sembra che la proposta di realizzare attivita’ che ci coinvolgessero direttamente come gruppo di persone che si interessano all’afasia, sia stata super bocciata. Come mai??Un abbraccio.Alessandra

  • Da osservatrice distaccata, anche io lancio un sasso nel centro del vostro lago interiore, per osservarne il movimento che questo produce al vostro interno, e partecipare all’onda nuova di un movimento armonioso e concentrico di apertura verso l’esterno. Perché anche gli operatori più giovani e più in crisi nel loro ruolo e pertanto più sensibili all’apertura di nuovi orizzonti, hanno bisogno degli afasici per ottenere il riconoscimento delle loro qualità e il consenso e l’approvazione dei loro capi?Perché anche i giovani operatori e i volontari, animati da nobili intenti, continuano a porsi come insegnanti o educatori nei confronti delle persone con afasia che sono uomini e donne adulti, con una vita spesso problematica alle spalle, lavoro, figli, famiglia, li trattano come se fossero dei bambini alla scuola materna, e lo fanno in pubblico mortificandoli ed umiliandoli come è accaduto nel momento musicale, concepito con altre finalità?E’ proprio questo l’atteggiamento più odiato dalle persone afasiche, quanto l’intolleranza ai tests limitati e superati che devono subire per sentirsi dire quello che già sanno e sentirsi condannati a vita a portare l’etichetta del danno, del deficit?Tristezza, impegno, serietà, disagio, ansia da prestazione erano le emozioni che passavano all’uditorio a Pisa durante l’improvvisazione momento musicale nella quale le persone afasiche avrebbero potuto divertirsi, provare gioia e comunicarla all’esterno se solo avessero avuto modo di scoprire la bellezza di quei suoni e di quei ritmi che non riconoscevano dentro di sé pur eseguendo la performance correttamente. Chi protegge chi? Le persone afasiche ed ictate riunite in un gruppo di soggetti che da protagonisti diventavano oggetti di studio, con cui e su cui sperimentare tecniche creative alternative a quelle tradizionali, largamente desuete come modello, proteggevano la musicoterapeuta pisana evitandole una brutta figura con il loro impegno serio ma triste.Perché ostinarsi a riunire le persone con afasia in gruppi etichettabili, isolati e separati dal mondo che li circonda?Perché non inserirle in gruppi aperti, senza alcuna distinzione, dove vi sia interazione con le persone normodotate, come avviene nella normalità della vita quotidiana?

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