Si
è appena concluso il Congresso internazionale organizzato
dal CPLOL sulla "Qualità e l'efficacia nella riabilitazione
del linguaggio" , nell'ambito del quale sono emerse alcune
delle criticità insite nel lavoro riabilitativo come ad esempio
la ridotta "ecologia" delle metodiche utilizzate o la
necessità di maggiore confronto sulle "buone prassi"...
Gli interventi di numerosi relatori, provenienti da varie parti
d'Europa, hanno consentito di mettere in luce differenti prospettive
e diversi tipi di percorso che sostanziano la riabilitazione nei
vari paesi. Per cio' che concerne l'afasia, in particolare, si è
discusso di qualità, di terapia semantico-lessicale cosi'
come di approccio pragmatico. Al di la' di aspetti prettamente tecnici
e metodologici, chiediamo alla Prof.ssa Basso, una definizione moderna
del termine "terapia della afasia"...
Ritengo
praticamente impossibile definire cosa si intenda per "terapia
della afasia" per una serie di ragioni. Vorrei ricordarne due.
La prima si riferisce alla estrema varietà di tecniche e
terapie usate. Basta leggere un libro recentemente uscito a cura
di Audrey Holland e Margaret Forbes "Aphasia Treatment. World
Perspectives" per rendersene conto. Le curatrici hanno chiesto
a riabilitatori di vari paesi di delineare la situazione della rieducazione
dell'afasia nel loro paese. E' impossibile trovare un denominatore
comune ai tipi di intervento descritti. Si passa da interventi descritti
come "pragmatici", ad altri più "linguistici",
ad altri ancora "olistici". Questa diversità è
sicuramente in parte spiegabile con il fatto che persone diverse
interpretano diversamente la natura dell'afasia e si pongono obiettivi
riabilitativi diversi. In parte tuttavia è dovuta alla seconda
delle ragioni che volevo ricordare qui. Non esiste "l'afasia".
L'afasia non è un disturbo unitario come ritenevano molti
rieducatori che hanno operato negli anni 50 e 60. I principali esponenti
di questa corrente di pensiero sono probabilmente Hildred Schuell
e Joseph Wepman. Entrambi hanno proposto una teoria unitaria della
terapia dell'afasia che ha avuto molto seguito negli Stati Uniti
e che ancora oggi serve da modello ad alcuni riabilitatori. Oggi
qualunque afasiologo riconosce che il termine "afasia"
è un termine generale che indica dei disturbi acquisiti del
linguaggio tra di loro molto diversi. Si pensi anche solamente ai
disturbi anomici conseguenti ad una riduzione del lessico, ai disturbi
legati ad un danno del sistema semantico o a dei disturbi grammaticali
nella generazione delle frasi. Più difficile ma intellettualmente
molto stimolante è ideare dei trattamenti riabilitativi adeguati.
In conclusione, oggi si tende a non parlare di terapia della afasia
ma di trattamenti riabilitativi specifici per alcuni danni funzionali
identificabili (riduzione del lessico, disturbi lessicali della
lettura, e così via) o di trattamenti più generali
ma comunque con obiettivi relativamente definiti quali per esempio
la conversazione.
E'
nostra convinzione che il sapere medico come quello di molte discipline
ad antica connotazione scientifica non sia piu' attrezzato sul piano
epistemologico e applicativo a gestire il problema della complessità.
Sempre più spesso nella pratica clinica ci troviamo in difficoltà
nel ricorrere al modello tradizionale sul quale in effetti si fondano
i nostri strumenti tecnici per la diagnosi e la cura dell'afasia,
in particolare quando l'esperienza quotidiana ci mette a contatto
con problematiche legate alla cronicità, non necessariamente
mediche. Nasce quindi l'esigenza di un nuovo modello da cui derivare
non solo strumenti, ma anche nuovi approcci centrati sulla relazione
terapeuta-paziente…
Concordo pienamente sul fatto che il modello medico non è
adatto per la riabilitazione dell'afasia. Il modello medico prevede
una parte attiva (il medico) che ha il sapere e che dà le
cure e una parte passiva (il paziente) che riceve le cure ma che
non è chiamata a partecipare attivamente alle cure stesse.
Per moltissimo tempo il modello medico è stato il modello
imperante anche nel campo della rieducazione dell'afasia. Il riabilitatore
era l'unica persona che aveva il sapere e che lo applicava e la
persona afasica era semplicemente il "recipiente" delle
cure. Sono convinta che un elemento molto importante per ottenere
il massimo recupero possibile è la collaborazione attiva
della persona afasica che deve assumere la responsabilità
del proprio trattamento. Il riabilitatore deve continuare a fornire
il "sapere" (e in questo la sua figura è insostituibile)
ma non deve costituire l'unica figura che lo somministra. Deve fornire
di volta in volta pezzi di "sapere" alla persona afasica
che deve essere messa in grado di gestire la quotidianità
della sua terapia, generalmente con l'aiuto dei familiari. Una diretta
assunzione di responsabilità da parte della persona afasica
e di chi gli è vicino è un elemento indispensabile
di qualunque rapporto riabilitativo massimamente efficace.
Nell'ottica di fornire un servizio all'interno di un modello di
operatività di tipo multidisciplinare, e dovendo affrontare
in modo propositivo la complessità della comunicazione, quale
ritiene debbano essere le competenze di un terapista responsabile
della presa in carico di una persona con afasia?
Le
competenze necessarie a un terapista per la presa in carico di una
persona afasica sono molteplici e multidisciplinari. Senza entrare
nei dettagli, vorrei indicare alcune aree di conoscenza che mi paiono
indispensabili. In primo luogo il terapista deve avere delle solide
conoscenza sul cervello e sul suo funzionamento, perché è
tenuto ad operare con persone che hanno dei danni cerebrali. Deve
inoltre avere delle buone conoscenze linguistiche e psicolinguistiche
perché il disturbo che deve trattare è un disturbo
del linguaggio. Infine, e non è questo certamente l'aspetto
meno importante, deve avere una buona preparazione psicologica perché
un aspetto molto importante della rieducazione è proprio
il rapporto interpersonale tra la persona afasica e il terapista
che deve sempre essere in grado di capire quello che sta avvenendo
in rieducazione e motivare il paziente.
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