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Sappiamo che, negli anni, l'idea di "comunicazione"
si è alquanto "complessificata" soprattutto
rispetto all'importanza data ai concetti di contesto e di
aspettative dei comunicanti…tenuto conto che queste
includono conoscenze, atteggiamenti, condizioni psicologiche
momentanee "non è più possibile pensare
ai codici comunicativi come a un qualcosa di indipendente
dai soggetti" (M. Chiapparini). Dunque diventa sempre
più chiaro che non si può identificare la
comunicazione con un trasferimento di informazioni ma che
è necessario mettere in gioco variabili più
articolate quali ad esempio lo scambio coordinato dei comportamenti
tra i diversi attori e quindi il concetto di interazione,
di fondamentale importanza per un operatore della riabilitazione
che deve quindi cominciare a vedersi come "parte"
dello scambio e non più come "esperto"
depositario di un sapere che vuole elicitare nell'altro…Vuole
quindi darci una definizione di comunicazione che tenga
conto della teoria interattiva?
L'idea,
a un tempo affascinante e semplicistica, della teoria della
comunicazione come controllo delle condizioni di trasmissione
delle informazioni, è nata nei laboratori di ricerca
degli anni cinquanta sui sistemi di interscambio tra dispositivi
meccanici (linee telefoniche, strumenti di codifica per
apparati cibernetici e militari, etc.). Le idee di Shannon
e Weaver hanno avuto una grande fortuna e si sono rivelate
molto utili, ma sono state impropriamente applicate a questioni
che nulla hanno a che fare con i problemi e le istanze di
partenza della teoria dell'informazione. L'impetuosa avanzata
della linguistica strutturale negli anni sessanta-settanta
e delle scienze cognitive negli ultimi venti, ha ancor più
complicato la situazione perché ci ha fatto credere
- illudendoci - che modelli più sofisticati, ma sostanzialmente
inalterati, della teoria dell'informazione, potessero spiegare
persino la biologia, la psicologia e la filosofia della
comunicazione indipendentemente dai parlanti e dalle loro
interazioni verbali e cognitive.
Studio
da dieci anni le patologie linguistiche proprio perché
le considero il territorio elettivo per la comprensione
di tutto ciò che le teorie della comunicazione di
natura cibernetica o logico-formale, che pure ritengo colgano
aspetti importanti della teoria dei linguaggi, non riescono
e non riusciranno mai a spiegare. Problemi fondamentali
senza i quali non si dà alcuna filosofia del linguaggio.
Problemi che ineriscono la natura essenziale della comunicazione,
come la coincidenza tra linguaggio ed esistenza (individuale
e collettiva), la formazione di modelli di identità
attraverso l'interazione con gli altri, la dipendenza tra
biologia e ontologia del linguaggio. La filosofia del linguaggio,
d'altrocanto, senza l'immersione nell'universo patologico,
non riuscirebbe a venire a capo di questi problemi: sconterebbe
le stesse cecità cognitive e le stesse incongruenze
che si sono manifestate negli approcci meccanicistici della
teoria dell'informazione e dei suoi derivati più
recenti. Soprattutto entrambi - i modelli filosofici e quelli
puramente logico formali (che talvolta coincidono) - sarebbero
incapaci di riempire di "carne" gli scheletri
delle loro teorie.
Lo
studio delle patologie linguistiche e delle concrete esperienze
cognitive ed esistenziali dei soggetti che ne sono stati
colpiti, ci permettono, infatti, di tradurre e quasi far
toccare con mano le questioni che i modelli teorici trattano
in maniera astratta e troppo spesso distante dall'operatività,
sia descrittiva che empirica (per esempio riabilitativa).
Un solo esempio penso possa illustrare bene cosa voglio
dire. Sia Heidegger che Wittgenstein - pur in maniere e
con argomentazioni completamente differenti - hanno fatto
rilevare lo stretto rapporto tra linguaggio ed esistenza.
Cosa, tuttavia, voglia dire Heidegger quando definisce il
linguaggio la "dimora dell'essere", o Wittegenstein
quando ci ricorda che "i limiti del mio mondo sono
i limiti del mio linguaggio", non diventa affatto chiaro
sino a quando non si studia l'afasia.
C'è
un caso molto importante, non per la sua eccezionalità
clinica - trattandosi di un episodio di afasia del tutto
normale - ma per la sua "paradigmaticita'", che
ci spiega in termini semplici cosa quei due grandi filosofi
abbiano davvero voluto intendere. Si tratta di un avvocato
di grande fama e di straordinaria abilità, colpito
da afasia a seguito di un evento traumatico: nel momento
in cui un proiettile gli colpisce il cranio durante una
sparatoria la sua parola sparisce, e con essa se ne va per
sempre anche la sua vecchia esistenza.
C'è
un modo metaforico con cui si può intendere l'affermazione
secondo la quale qualunque grave malattia cambia l'esistenza
degli individui. Un tumore, l'AIDS, o qualunque altro grave
evento che distrugga la salute induce l'uomo a ripensare
la propria esistenza. Ma la perdita irreversibile dell'insieme
delle proprie esperienze verbali, del tesoro dei milioni
di flussi comunicativi accumulati nei decenni, delle innumerevoli
interazioni verbali con gli altri uomini e con tutte le
situazioni di applicazione dei nomi alle cose, trasformano
la natura del proprio cambiamento di vita da metaforica
in letterale. Il nostro soggetto intraprende, come molti
altri pazienti, una lunga terapia riabilitativa. Bravissimi
medici e terapeuti della riabilitazione lo aiutano con pazienza
a riacquisire le parole, i rapporti tra queste e le cose,
le strutture sintattiche e lessicali del mondo. Pian piano
l'impalcatura formale e la struttura semantica di fondo
riprendono un contorno leggibile. Nel giro di qualche mese
lo strumento tecnico del linguaggio è di nuovo predisposto.
Il soggetto riprende così familiarità col
proprio ambiente, ma non lo può ri-abitare: è
costretto a ri-farlo di sana pianta. Sino a quando il problema
è quello di riattaccare parole e strutture grammaticali
a cose e rapporti fra cose, tutto procede in maniera regolare.
Quando, tuttavia, i giuochi linguistici si complessificano,
quando si tratta, ad esempio, di riprendere il proprio lavoro
di avvocato, la nuda struttura dello strumento linguistico
non basta più. E non si tratta solamente di difficoltà
lessicali: non si tratta cioè di riapprendere le
"referenze" perdute, come penserebbe qualche ingenuo
semanticista. È, al contrario, un'impossibilità
di ricostruire i "giochi linguistici" percorsi,
i mille modi con cui le parole si sono intrecciate agli
usi e questi alle cose e ai modi di adoperarle nel corso
di un'intera esistenza: "dunque il significato è
soltanto davvero uso della parola? Non è il modo
in cui quest'uso incide sulla vita? Ma il significato della
parola non è parte della nostra vita?! … Ebbene
il linguaggio incide anche sulla mia vita.
E
quel che 'linguaggio' significa è un'essenza che
consiste di parti eterogenee, e il modo e la maniera in
cui incide in modo infinitamente vario" (Wittgenstein,
Grammatica filosofica, 29-30). Così, ad esempio,
risulta impossibile, al nostro soggetto, imparare ad applicare
la funzione linguistica della menzogna, che per un avvocato
costituisce la prima condizione di verità. Nonostante
tutti gli sforzi che cerca di compiere, egli è, nella
nuova esistenza, "cieco" alla nozione di menzogna.
La difesa dei clienti richiede molto più della riappropriazione
dell'impalcatura strumentale del linguaggio: richiede una
re-invenzione di quella particolare "forma di vita"
costruita seguendo per anni la casistica, i tribunali, il
linguaggio delle sentenze, le bugie degli avvocati, i tranelli
verbali dei pubblici ministeri, le reticenze e i silenzi
dei testimoni. Il tutto unificato in una mente-linguaggio-esistenza
che coincide interamente con l'individualità e la
coscienza di un soggetto che è andato pian piano
delimitandosi i confini del proprio mondo attraverso il
proprio linguaggio.
L'epilogo
di quella storia clinica è emblematico. Pur essendo
formalmente "guarito" il nostro avvocato smetterà
di esercitare quel mestiere. I suoi rapporti con il mondo
precedente, con la precedente esistenza, non possono essere
ricostruiti. Non gli resta che costruirsi una nuova lingua
e con essa una nuova vita. Non migliore o peggiore, ma diversa.
E difatti cambieranno - in questo caso in meglio - i rapporti
con la moglie e la figlia, col denaro e con gli affetti,
con i luoghi e le persone. Insomma una lingua persa non
si riapprende ma si costruisce dal nulla. La morale di questo
comune caso di afasia è, mi sembra, più che
mai evidente.
La
comunicazione non è uno scambio di informazioni su
cose certe, evidente e universali. È, al contrario,
un modo di costruirsi dal nulla i propri oggetti nell'interazione
continua coi mondi altrui. Un modo, insomma, di apprendere
a delimitare i confini di un'esistenza linguistica solo
all'interno della quale qualsiasi cosa può assumere
un senso, una verità e un'esistenza.
TOP
Concordiamo pienamente con quanto da lei affermato
nella "Psicopatologia del linguaggio" (Carocci
edizioni, 1998) circa l'assurdità di "ridurre
ad una prospettiva esclusivamente biologistica il problema
della malattia mentale" e riteniamo che ciò
sia altrettanto vero nel caso della afasia verso la quale
la neuropsicologia cognitiva - ad esempio - non ha saputo
fornire efficaci modelli di intervento. Al contrario, gli
studi condotti all'interno di discipline più propriamente
umanistiche hanno certamente fornito utili indicazioni …
a questo proposito quali contributi ritiene che la linguistica
e la filosofia del linguaggio potrebbero ancora dare allo
studio delle "deprivazioni verbali"?
A
scanso di equivoci vorrei precisare che ritengo fondamentale
il problema della componente biologica del linguaggio e,
in generale, di tutta quanta la vita cognitiva. Nella prima
parte della mia ricerca sulle patologie, dedicata alla sordità
e all'afasia, ho cercato di dimostrare che proprio l'aver
ignorato la componente motoria, verbale - sia nel senso
degli apparati della audio-fonazione sia nel senso delle
aree neurali ad essi deputati - ha provocato il distacco
della linguistica generale e, ancor più della filosofia
del linguaggio, dalla studio della realtà linguistica
dei parlanti.
Negli
ultimi anni, posteriori alle Lingue mutole (NIS, 1994),
interessandomi alla psicopatologia di soggetti schizofrenici
e paranoici, ho creduto di capire che il sostrato biologico
del linguaggio costituisce, tuttavia, solo la porta d'entrata
nella cattedrale della mente: diremmo il requisito specie-specifico
che condiziona la filogenesi e l'ontogenesi delle capacità
linguistiche, ma lascia completamente aperto il campo della
morfogenesi e della sociogenesi del linguaggio (cosa, questa,
che aveva già compreso G.B. Vico quasi tre secoli
fa).
Al
di là delle parole difficili ciò significa
che la biologia può, anzi deve, fornirci un quadro
chiaro non delle possibilità ma dei limiti fisiologici
e psichici che una particolare forma di vita che è
quella linguistica (non solo verbale ma anche segnico-manuale)
conferisce alla specie umana nel suo complesso. Al di là
di questo (che non è poco) la dimensione biologica
non può andare, perché la vita psicologica
e la vita sociale sono interamente determinati dal modo
in cui i giochi linguistici vengono a svolgersi nell'imprevedibile
itinerario interazionale dell'esistenza individuale e collettiva.
Da questo punto di vista il rapporto fra patologia e filosofia
del linguaggio non può mai essere unidirezionale,
in nessuno dei due sensi possibili.
Tutto
ciò che accade attualmente nei laboratori delle scienze
cognitive, delle neuroscienze, ma anche nei gabinetti di
audiometria e di fonetica sperimentale, come pure l'immenso
impegno dei terapeuti e dei rieducatori clinici al linguaggio,
è della massima importanza. Il capitale di esperienze
empiriche che ogni giorno essi riversano sulle scrivanie
dei ricercatori dovrebbe costituire - a mio parere - la
base per le nuove "tavole di verità" dei
filosofi. Dal canto suo la filosofia del linguaggio non
può limitarsi a classificare e ordinare questi materiali:
deve saperli leggere e, soprattutto, dargli unità,
sapervi scorgere i principi comuni che, per sua natura,
la patologia linguistica e l'approccio clinico, tendono
a polverizzare sino al limite dell'inutilizzabilità,
non solo teorica, ma anche pratica (cioè, nella fattispecie,
"terapeutica"). Insomma i filosofi non potranno
mai capire la natura del linguaggio senza osservarne la
fenomenologia della sua privazione (o alterazione di qualunque
natura), ma i medici non potranno "guarire" i
malati sino a quando non capiranno qual è la natura
o l'essenza del linguaggio. E questo non possono non dirglielo
i filosofi.
Anche
qui vorrei fare un esempio, tratto stavolta dalla malattia
mentale. Se dovessimo quantificare anche approssimativamente
il numero di definizioni e le specie di schizofrenia diagnosticate
dall'Ottocento ad oggi arriveremmo facilmente sull'ordine
delle centinaia. Si può dire della schizofrenia quello
che si dice della teoria dei complementi nella grammatica
tradizionale: che ce ne sono tanti quanti sono i casi osservati.
A cosa serva questa frantumazione dell'idea clinica di follia
non è affatto chiaro, anche perché poi le
terapie sono sostanzialmente pochissime e fondamentalmente
legate ad una sola idea semplicissima e meccanica: un guasto
della "macchina" (con relativa "riparazione"
farmacologia nella migliore delle ipotesi). Se gli psichiatri
facessero come il filosofo Wittgenstein le cose, probabilmente,
andrebbero diversamente. Wittgenstein, che, come pochi sanno,
è sempre stato attentissimo ai malati di mente ed
amava ascoltarli ore ed ore intrattenendosi con loro sui
temi più svariati, temeva della malattia mentale
una sola cosa: che il medico non credesse al delirio del
malato (cfr. M. Drury, The Danger of words, p. XLIV). Il
delirio, infatti, è un perfetto costrutto linguistico-cognitivo
che fotografa nel momento in cui emerge in superficie la
"modalità d'esistenza" (come la chiamò
un altro filosofo-psichiatra allievo di M. Heidegger, L.
Binswanger) del soggetto vivente. Questa modalità
di esistenza, questa "forma di vita", nella terminologia
di Wittgenstein, non è un errore da cancellare classificandolo
tra i diversi "sintomi" di una casistica clinica,
ma è il risultato delle mille interrelazioni tra
le parole, le cose, i fatti, ricostruiti sulla base di credenze
di vita in un'intera esistenza. Per dirla con una battuta,
la follia - non diversamente da qualunque altro modo di
vivere - è l'insieme di tutti i nostri giuochi linguistici.
Da qui la pluralità delle forme, dei linguaggi, la
difficoltà di classificare, sostanzialmente, le diverse
esistenze degli individui.
Il
problema che sorge a questo punto, e che interessa sia il
teorico delle lingue sia il medico che deve "guarire"
il paziente, è il seguente: esiste sotto questa innegabile
pluralità un'unità di fondo, esiste, in altri
termini un denominatore comune della follia, così
come esiste un denominatore comune di tutte le forme di
linguaggio? Domanda cruciale perché se si desse una
risposta negativa ne conseguirebbe l'impossibilità
di costituire una scienza positiva del linguaggio e una
psichiatria realmente operativa (cioè capace di permettere
almeno una vita accettabilmente "normale" del
soggetto schizofrenico o paranoico). La mia risposta è,
infatti, positiva, ma necessita di una premessa.
L'unitarietà
della follia (così come l'unitarietà del linguaggio)
non può essere colta per mezzo di scorciatoie meccanicistiche
ma passa attraverso l'accettazione definitiva e l'effettiva
comprensione della nozione di "complessità".
È possibile che per percorrere questa strada occorra
molto tempo e molti studi. Ma, come mi ha insegnato il mio
maestro ed amico Franco Lo Piparo, in fondo anche la complessità
non è che una funzione: una regola applicativa semplice
che può spiegare una quantità infinita di
comportamenti. Così la sostanza di ogni delirio è
l'applicazione conseguente e coerente sino all'estremo di
una credenza: è la proiezione sul piano esistenziale
di un "principio di verità" fondamentalmente
uguale a qualunque altro. Perché allora dovremmo
definire "folle" un soggetto che pratica questa
attitività cognitiva così comune? La risposta,
molto semplificata, è la seguente: perché
la credenza schizofrenica o paranoica è l'unica credenza
a disposizione del soggetto malato, mentre non lo è
del soggetto diciamo "normale". La follia sarebbe
quindi una malattia della complessità e non della
razionalità. Il folle non è tale perché
non dice cose sensate o non è capace di ragionamenti
logici, ma perché conosce un solo tipo di senso o
sa applicare un solo tipo di ragionamento. La tragicità
della follia, in tutte le sue forme più o meno gravi,
compresa la melancolia o i cosiddetti disturbi della personalità,
non è allora data dalla mancanza di operatività,
dall'incapacità di "calcolo", ma dall'impossibilità
di scelta: cioè, per dirla con Heidegger, la follia
è una malattia (una privazione) della libertà.
Se questa affermazione è vera la sua utilità
va ben oltre il campo della clinica e delle sue applicazioni
(che lascio qui immaginare ai tanti specialisti e operatori
medici). Se, infatti, la complessità è il
criterio distintivo fra "normalità" e "anormalità",
verrebbe da pensare che il criterio di libertà da
cui essa scaturisce, e interamente dipende, possa definire
bene e per sempre il recinto delle scienze del linguaggio.
Interpretazione del tutto errata. Mentre infatti la psicopatologia
dl linguaggio è perfettamente individuabile, costituendo
il grado zero della complessità, non altrettanto
possiamo dire della fisiologia del linguaggio, di cui, al
contrario non possiamo testare la sommità, percepirne,
insomma, i limiti estremi "in alto".
La
complessità della "normalità" resta,
al momento, ancora un mistero, la cui soluzione, probabilmente,
dipende dalla natura "aperta", perché sociale,
della funzione-lingua. Siamo al momento in uno stato di
stallo delle scienze del linguaggio. La cosa, tuttavia,
non costituisce né uno scandalo, né un imbarazzo.
In molte scienze "esatte", infatti, ci troviamo
in una situazione simile: continuiamo, cioè, ad operare
tramite "funzioni vuote"; funzioni, quindi, che
valgono solamente come limite negativo, come certezze di
confine, lasciando le restanti possibilità di "calcolo"
a confrontarsi con i fatti empirici.
Nei
termini della psichiatria filosofica (bergsoniana, nella
fattispecie) potremmo dire con E. Minkowski che mentre la
follia è certamente la negazione della libertà,
la normalità si muove in un confine continuamente
instabile tra gli stati "schizoidi" e quelli "sintonici"
dell'esistenza ordinaria. Nei primi cerchiamo di affermare
la libertà spostando i limiti del nostro linguaggio
e cercando continuamente di superare e trasformare l'uso
dei segni e delle idee; nei secondi temperiamo la libertà
sforzandoci di renderli comprensibili agli altri. Senza
la schizoidia avremmo conformismo linguistico-cognitivo,
staticità ideativa e impoverimento motivazionale
e affettivo; senza gli stati sintonici la libertà
decadrebbe per assenza di confini e la creatività
si trasformerebbe nel caos: come avviene nei fenomeni di
desemantizzazione della schizofrenia profonda.
Questo
continuo movimento non ha e non può avere fine: è
il processo dialogico entro cui si definisce la condizione
umana inscritta per sempre nel circolo specie-specifico
del linguaggio a cui, bene o male, siamo condannati.
TOP
Come operatori della riabilitazione del linguaggio
conosciamo bene, da un punto di vista descrittivo, le caratteristiche
del linguaggio afasico, eppure continua a rimanere a noi
sconosciuto il "nodo della questione patologica"
. Nel nostro operare quotidiano, ad esempio, ci rendiamo
conto che i fattori legati alla "motivazione"
e all' "intenzionalità" sembrano assumere
un'importanza fondamentale nel recupero delle abilità
comunicative, ma il sapere medico e la neuropsicologia non
appaiono attrezzati a sufficienza ad affrontare questi aspetti…piuttosto
ci sembra tuttora pertinente quanto affermato da Lordat
sul rapporto tra "senso intimo e Forza Vitale"
… può illustrarci brevemente questo aspetto
di cui tratta ne "Le lingue mutole"?
Il
"venerabile" J. Lordat, ignoto per decenni ai
filosofi e dimenticato dai medici, aveva capito molte cose
essenziali dell'afasia: era tuttavia figlio del suo tempo
(inizi dell'Ottocento) e parlava con un linguaggio difficilmente
comprensibile perché eccessivamente "metafisicizzato".
Ora che è stato pienamente riscoperto e valorizzato
(grazie soprattutto all'opera di H. Hécaen e J. Dubois)
è venuto il momento di "tradurlo" anche
per chi si occupa di scienze cognitive, di neuroscienze
e di filosofia del linguaggio. Nelle Lingue mutole ho cercato
di farlo ma, probabilmente, con linguaggio ancora troppo
accademico. Troppo preoccupato, per esempio, di dire semplicemente
che il "senso intimo" non è altro che l'intenzione
linguistica, e la "forza vitale" il complesso
bio-psichico che ci permette di realizzarla. In altre parole
l'afasia romperebbe la sinergia tra l'impulso motivazionale
a parlare e la meccanica mentale che trasforma la potenza
in atto (psico-motorio). Su questo fatto credo che si sia
ancora poco e mal riflettuto.
Anche
nella fisiologia del linguaggio gli aspetti motivazionali
sono essenziali e completamente ignorati dai costruttori
di teorie del linguaggio. Così pochissimi si sono
chiesti, ad esempio, perché muta durante l'esistenza
dell'individuo la propria spinta a parlare, o come si affina
col tempo la "qualità" di questo istinto,
esattamente come accade nei diversi stati patologici e psicopatologici.
Bisogna considerare la motivazione linguistica l'atto supremo
di motivazione alla vita. Come abbiamo detto prima, vita
e linguaggio sono le due facce di una stessa moneta. Parlare
è un tragico sforzo di superamento, di azione che
rompe la resistenza a sintonizzarci col mondo. Quando parliamo
tentiamo disperatamente di molare le parole, di ritagliarle
esattamente a misura non di ciò che vogliamo dire,
che è impossibile, ma a misura di ciò che
vogliamo escludere dal nostro dire, che è il proprio
dell'attività linguistica, cioè del nostro
vivere in un certo particolare modo che crediamo "vero"
(o "reale").
Essere
motivati al linguaggio vuol dire, quindi, essere disposti
a sfibrarci per delimitare quanto più esattamente
possibile, in una scala di cui conosciamo solo i limiti
inferiori senza poter mai fissare i superiori, l'articolazione
linguistico-esistenziale: le nostre frasi, i nostri discorsi
e il loro "modo di incidere" nella nostra esistenza.
Alcuni dei cognitivisti contemporanei potrebbero dire che
le parole servono invece a rappresentare i concetti. Ma
sarebbe improprio: non esiste nulla di mentalmente utilizzabile
se non l'insieme dei nostri sforzi per circoscrivere l'ambito
d'uso delle parole e ciò che ci inducono a fare,
pensare, combinare, agire. Ciò che ci salva dal concepire
quest'attività come soggettivistica e/o solipsistica
è proprio il contraltare con quella che Lordat chiamava
la "forza vitale" e noi diciamo la meccanica mentale.
Nessun tentativo di oggettivizzare le scienze del linguaggio
può cancellare il pluralismo infinito delle motivazioni.
Ciò
che riporta tutto in un campo misurabile e definito è
l'insieme, comune a tutta l'umanità parlante, dei
propri limiti bio-psichici. In altri termini qualsiasi sforzo
per definire l'indefinibile deve fare i conti con le cecità
cognitive della specie, le caratteristiche dei sistemi neurali,
la struttura degli apparati articolatori, la specificità
antropologiche delle culture entro cui tali apparati muovono
credenze, aspettative, desideri o illusioni. Cosa succede
allora nell'afasia? Per cercare di capire questo tragico
interrogativo dobbiamo essere capaci di liberarci, anche
in un settore in cui i fattori organici sono fondamentali,
di ogni residua metafisica meccanicista.
Non
basta dire che l'afasia rompe la sinergia tra intenzioni
e mezzi, tra concetti e strumenti per esprimerli. Credo
che la grande cautela di Lordat, e forse anche il suo linguaggio
troppo sfumato e oscuro, dipendesse dall'aver colto l'inadeguatezza
di ogni teoria strumentale del linguaggio. Se con l'afasia
si rompesse solo lo strumento, l'afasico non potrebbe più
parlare o pensare. Invece, come ci insegnano quotidianamente
i migliaia di valorosi rieducatori al linguaggio, l'afasia
è un'interruzione radicale dei nostri modi pregressi
del vivere.
La
rieducazione è (quasi) sempre possibile (il quasi
è delimitato, ovviamente, dal tipo di danno subito:
nessuno potrà parlare o pensare con l'ablazione di
un'enorme parte del cervello!). Essa non consiste solo (o
consiste in piccola parte) nel riappropriarsi del mezzo
strumentale - e quindi anche del sistema delle referenze,
della sintassi, della pragmatica linguistica - ma nella
ricostruzione di un mondo intenzionale e perfettamente definito,
non nel senso di corrispondente a ciò che è
vero, ma di corrispondente a ciò che è per
noi articolato e dotato di senso, ovvero "vivibile",
"abitabile": uno di quelli che i logici chiamerebbero
"mondi possibili".
Capisco
che questa ricostruzione del problema può apparire
ancora troppo astratta e filosofica e credo che tra i compiti
che le scienze della mente e del linguaggio potrebbero trovarsi
dinnanzi nei prossimi decenni ci sarà quello di rendere
teoricamente praticabile questo genere di ipotesi: farle
diventare schemi, diagrammi, modelli e poi azioni. Non è
un caso che pionieri delle scienze cognitive del calibro
di Winograd, Minsky, Dreyfus, Putnam abbiano deciso di abbandonare
l'I.A. e i suoi derivati filosofici per tenere corsi sulla
nozione di esser-ci di Heidegger o su quella di "forma
di vita" di Wittgenstein. Penso, tuttavia, che i problemi
filosofici non siano poi così decisivi e si può
ben lasciare ai filosofi il compito di impazzirci dietro.
Più
importante mi pare trarre dalle loro riflessioni linee operative
concrete per capire e curare correttamente l'afasia. E questo
è possibile anche a partire dalle vecchie idee metafisiche
di Lordat, rivisitate nel senso che ho cercato di suggerire
prima.
Tre
consigli, quindi, per chiudere, tratti da un immaginario
breviario lordatiano per la cura dell'afasia:
1)
non accontentarsi mai dei progressi raggiunti dai pazienti.
Proprio perché la natura del linguaggio è
"agonistica", per usare un termine di B. Terracini,
ogni riacquisizione non è altro che superamento di
resistenze: essere sempre insoddisfatti di quanto si è
fatto è la migliore garanzia di star svolgendo un
buon lavoro;
2) curare sempre l'articolazione linguistica. Ciò
va inteso in tutti i sensi possibili (non solo articolazione
vocale, ma frasale-sintattica, lessicale, concettuale, etc.)
ed esperito in tutte le situazioni cliniche più disparate,
anche quelle che sembrano aver colpito proprio la facoltà
di articolazione;
3) non dimenticare mai che articolare è vivere. Cioè
non dimenticare che la ricostruzione di un linguaggio (non
"del linguaggio", che non esiste a sé stante)
è la ricostruzione di una forma di vita, ed è
quindi necessario aver la capacità di far esercitare
il paziente in una familiarizzazione col mondo che si sta
costruendo ex-novo. E qui bisogna saper esercitare quella
che Wittgenstein chiamava "una grammatica che non ha
mai fine": opera di logica serrata, oltrechè
di fantasia e creatività.
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