Come è arrivata ad occuparsi di afasia e a
creare ALIAS?
Mi sono sempre occupata di afasia. Direi che è
sempre stata il fulcro dei miei interessi. Sono una logopedista
anche se in effetti un po’ atipica, nel senso che
non mi riconosco affatto in una figura che in Italia dovrebbe
essere il referente per ogni disturbo riguardante adulto
e bambino, voce, comunicazione, apprendimento, demenza,
ultimamente persino deglutizione. Io ho voluto occuparmi
di un settore specifico, la patologia di comunicazione
dell’adulto per lesione cerebrale acquisita e dunque
ho approfondito tutti gli aspetti che avrebbero potuto
essermi utili in ambito sanitario e in seguito anche in
altri ambiti disciplinari. Non credo ci si possa occupare
di tutto senza rischiare il pressappochismo e dunque ho
operato una scelta che mi sembrava doverosa. Probabilmente
l’avere scelto l’afasia è legato al
fatto che ritenevo, e continuo a credere, che –
come dice Martha Taylor Sarno - l’afasia rappresenti
la quintessenza delle sfide imposte dalla disabilità
cronica, un’occasione unica per sperimentare la
fragilità della condizione umana e contemporaneamente
la forza risolutrice della Relazione umana.
ALIAS nasce dal desiderio di un contesto nel quale sperimentare
metodologie di intervento innovative e flessibili in sinergia
con i servizi sanitari e soprattutto dove approfondire
gli aspetti psicosociali della afasia di cui ci si è
sempre occupati cosi' poco in Italia. Una delle fortune
della nostra Associazione è stata la collaborazione
con il Dipartimento di Neurologia della ASL3 genovese,
che ci ha consentito di sistematizzare quanto appreso
negli anni precedenti e quindi strutturare un modello per l’assistenza alla persona con afasia mutuato
dal Life Participation Approach to Aphasia, garanzia di
continuità territoriale dall’acuzie al reinserimento
in comunità.
Cosa
è l'afasia? Perche’ è così
difficile parlarne?
Per
quanto la questione "afasia" faccia parte della
mia vita da un certo numero di anni, e non solo come impegno
professionale, mi rendo conto sempre piu' spesso di quanto
io sia lontana da una esatta comprensione del problema
e questo ha una sua logica dal momento che l'afasia non
è una "questione", una querelle scientifica,
un problema medico, qualcosa che si possa mai padroneggiare
veramente...qualcuno ha detto giustamente che l'afasia
non esiste: esiste la persona afasica.
La difficoltà nel definire il problema nasce per
vari motivi. Prima di tutto si tratta di è un problema
invisibile, le persone soffrono per motivi che non si
vedono, e anche se si cerca di capire di cosa si tratti,
non è facile. Perche’ è un problema
che va interpretato anche da chi è del settore,
qualcosa che un tempo veniva confuso con la pazzia e rinchiuso
in ospedali psichiatrici, e che spesso ancora adesso è
destinato a non ricevere ne’ cura ne’ attenzione…nella
Afasia vengono messi in gioco elementi di elevata complessità,
si tratta di situazioni esistenziali, vere e proprie condizioni
di vita.
In passato il discorso è stato banalizzato nel
definire l’afasia un problema di linguaggio come
se la difficoltà si limitasse al non riuscire a
dare un nome alle cose quando comunicare è ben
altro. Anche dal punto di vista degli interventi terapeutici
è stato commesso un grave errore di valutazione
e tutti ne hanno pagato le conseguenze, non solo le persone
afasiche ma anche la comunità che non ha potuto
capire la dimensione del problema e adeguarsi come avrebbe
dovuto.
A tutt’oggi se fermiamo delle persone per strada
(noi lo abbiamo fatto quando preparavamo il video documentario
OVERWORD) e chiediamo loro cosa è l’afasia
questi ci guarderanno perplessi anche se effettivamente
è nell’esperienza di tutti noi avere conosciuto
qualcuno che dopo un ictus non riesce piu’ a comunicare
come prima. Semplicemente il problema non è mai
stato valorizzato e considerato dalla comunità
scientifica al punto da diffonderne una conoscenza adeguata…su
queste basi come puo’ la comunità accogliere
un individuo con afasia? Come possiamo accedere al suo
mondo se non ci sforziamo di conoscerlo? E’ un mondo
diverso dal nostro? Il problema è complesso …dobbiamo
porci tante domande per sperare di trovare qualche risposta
…
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Ma
il settore della terapia non ha progredito negli anni?
Anche in questo senso la questione è complessa.
In Italia mancano i modelli e le teorie sulla terapia
della afasia. Non mi riferisco ai modelli di interpretazione
neuropsicologica rispetto alla funzione danneggiata, ma
ai modelli e alle teorie che dovrebbero sostanziare l’operatività
di chi tutti i giorni nei vari ambulatori di Italia, negli
Ospedali, nelle RSA o nelle abitazioni private ha “in
carico” (pessimo termine retaggio di un approccio
da dimenticare) una persona con afasia e relativa famiglia.
Avere un framework di riferimento invece è fondamentale
perche’ come ognuno di noi interpreta l’afasia,
la lettura che tende a darne, influenza in modo marcato
la sua prassi, cio’ che sarà in grado di
fare come medico o come riabilitatore. E’ quindi
professionale oltre che utile, usare una serie di linee
guida che supporti il nostro operato e giustifichi il
nostro punto di vista di fronte ai pazienti, alla nostra
organizzazione e ai colleghi..
Il
problema della terapia della afasia, ancella di un mondo
riabilitativo già di per se’ poco considerato
dalla medicina, è l'essere sempre stata caratterizzata
da conoscenze "implicite". Inoltre si occupa
di una condizione di vita che non ha nulla di fisico,
quindi accessibile agli strumenti del modello biomedico
tradizionale, che sfugge alle misurazioni oggettive. Secondo
Howard e Hatfield esistono molti studi che descrivono
nel dettaglio i deficit sottostanti le difficoltà
del paziente afasico ma confrontate con questi, le tecniche
utilizzate nella pratica quotidiana dai logopedisti appaiono
troppo semplici e non rendono conto della complessità
del problema. Questo accade perche’ manca una metateoria
esplicita che metta in relazione il deficit analizzato
con il processo riabilitativo.
Un’altra
ragione è che quasi sempre ciò che il logopedista
fa’ diventa qualcosa di intrinseco alla sua performance
come terapista (l’arte!). E’ come se il buon
logopedista avesse una sorta di pilota automatico che,
attivato, gli suggerisce come strutturare una task, come
e quando modulare una risposta al comportamento del paziente
e cosi’ via. I logopedisti prendono decisioni continuamente
durante una seduta, operano scelte, ma su quali basi?
Come fanno a capire se il giudizio è corretto?
Come valutano se il trattamento che stanno conducendo
è efficace e come capiscono quale parte del processo
è opportuno modificare (la task, l’interazione,
il materiale)? Molti sostengono che si tratti di “intuizione
clinica” o esperienza. Il risultato è che
si arriva a credere che non ci sia niente che possa essere
fatto per rendere un logopedista, un bravo logopedista
nel trattamento della afasia, o hai quel "qualcosa"
o non c'e' possibilità alcuna…
E’
chiaro che trattandosi di un processo che implica una
relazione dinamica tra individui ci sarà sempre
qualcosa che sfuggirà all’oggettivazione,
ma cio’ non significa che l’intero processo
debba rimanere inaccessibile all’esplorazione scientifica,
alla sua descrizione o misurazione. Certo sono state descritte
le scuole, gli orientamenti riabilitativi suddivisi in
scuole (comportamentale, cognitiva neuropsicologia, ecc.ecc.)
e si è affermato che ognuna di queste comprende
riabilitatori che condividono certi assunti fondamentali
sulla natura della afasia e sul processo terapeutico.
ma nella realtà, rispetto al processo terapeutico,
noi non sappiamo in che cosa differiscano esattamente
le varie scuole perche’ in letteratura non c’e’
mai stata nessuna spiegazione esplicita sul processo terapeutico
vero e proprio ( non sulle modalità di esercizio,
i materiali, ecc.ecc…quanto su come funziona qualcosa,
perche’ si realizza, ecc.ecc.).
Quindi
cosa ci dice la letteratura sulla terapia della afasia?
Vengono riportati casi di studio, riguardanti magari il
recupero di un particolare aspetto deficitario del linguaggio
ma si tratta di esperienze raccontate troppo genericamente,
non esistono studi longitudinali che ci facciano capire
quali fasi abbia attraversato il paziente e dunque come
sia realmente avvenuto il percorso di recupero. Inoltre,
la letteratura non si è mai occupata di aspetti
metodologici in realtà fondamentali, es. quando
il logopedista deve vedere il paziente, per quante volte,
su quali aspetti deve lavorare..in genere nei servizi
si segue il paziente un’ora o due alla settimana
il che richiede molto materiale, molte idee, molte certezze
su come condurre il tutto e soprattutto modificarlo in
itinere. Poiche’ cio’ che viene fatto non
è stato descritto ne’ validato è difficile
che venga replicato da qualcun altro e cosi’ crolla
uno degli assiomi fondamentali della scientificità…la
riproducibilità, nel dettaglio. Nella psicologia
sperimentale è stato fatto un maggior tentativo
di replicare i metodi…nel ns caso no. La terapia
della Schuell, la piu’ praticata in Italia, sembra replicata
nei vari ambulatori come stimolazione generica e aspecifica
ma in realtà non essendo mai stato descritto esattamente
il processo terapeutico se non in termini generali questo
non potrà mai essere replicato.
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Non
c’e’ dunque spazio per l’ottimismo?
Al
contrario, se penso a cosa sta facendo ALIAS e alla ottima
collaborazione stretta con un’istituzione come la
ASL3 non posso che essere entusiasta. Perche’ finalmente
le cose stanno cambiando, finalmente abbiamo l’opportunità
di applicare teorie e modelli mutuati dal mondo canadese e statunitense. E tutto questo in perfetta armonia con
il Modello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
che permette di interpretare la malattia e dunque la cura
in un’ottica moderna e propositiva…infatti
non si puo’ prendere in carico un paziente con afasia
se non si lavora a partire da un preciso modello di cura
e di malattia, prima ancora di parlare di metodiche riabilitative…se
non ci si è chiesti “cosa è l’afasia”al
di la’ di cio’ che ci è stato insegnato
e se non si è in grado di inserire i vari approcci
terapeutici, le varie metodiche in un framework…
l’idea di continuare a proporre desueti schemi riabilitativi,
nella migliore delle ipotesi mutuati dalla didattica dell’età
evolutiva, nella peggiore basati sul buon senso, è
impraticabile per i motivi gia’ esposti e poi perche’
intanto la vita professionale va avanti e il problema
viene sempre piu’ accantonato …i dati lo dimostrano,
un po’ per esigenze logistiche del sistema sanitario,
un po’ per una ovvia conseguenza delle scarse risorse
attivate a livello scientifico in merito all’intervento
riabilitativo sulla afasia, nei reparti di neurologia
ci si occupa sempre meno di afasia a vantaggio di patologie
la cui gestione si inserisce meglio nel modello medico
tradizionale quali ad esempio la disfagia …stiamo
andando verso una dimensione di mancata presa in carico
sanitaria del problema afasico, per non parlare di quello
cronico. Presumibilmente un giorno assisteremo anche in
Italia alla nascita di una figura per ora inesistente
che si collocherà tra l’ambito educativo
e quello riabilitativo come patologo del linguaggio e
si prenderà cura di tutto cio’ che per adesso
il mondo medico sembra non saper gestire adeguatamente
cioe’ le deprivazioni verbali. Ma, lo ripeto, a
Genova si è creata una congiunzione favorevole,
nata dall’incontro fra il terzo settore e l’istituzione
sanitaria e dunque non possiamo che proseguire su questa
strada. Noi proponiamo un modello di cura innovativo e
lavoriamo insieme per dare finalmente un significato concreto
alla definizione di “riabilitazione” .
Certo, viene
da chiedersi come mai si sia dovuto aspettare tanto, nel
nostro paese, perche' un'occasione del genere si realizzasse...come
viene da chiedersi come sia possibile che ancora adesso,
nel 2005, molti familiari di coloro che perdono improvvisamente
la facoltà di parlare, al momento delle dimissioni
dall'ospedale non ricevono spiegazioni utili, chiare,
efficaci, ne' sull'afasia ne' sulle delicatissime fasi
del percorso che dovranno compiere...e come sia possibile
che le uniche informazioni disponibili si limitino ad
algide descrizioni sui quadri sindromici o sui disturbi
neuropsicologici associati, informazioni certo corrette
ma che non rispondono affatto alle priorità dei
familiari quanto piuttosto alle esgienze della comunità
scientifica di veicolare i risultati dei propri studi.
Non
c'e' polemica in queste osservazioni, ma preoccupazione
per le decine e decine di persone che ogni giorno entrano
nel gorgo della afasia e da quel momento vagano sgomente
per anni, senza sapere cosa fare, a chi rivolgersi, dove
andare...angoscia per coloro che vengono condannati da
valutazioni agghiaccianti condotte all'interno di ambulatori
accreditati ma in realtà del tutto privi di competenze
rispetto alla gestione della disabilità comunicativa
acquisita...persone il cui bilancio comunicativo non viene
neppure eseguito poiche' il terapista, al di la' dei piu'
banali strumenti di valutazione del linguaggio, ignora
le modalità di approccio alla persona afasica come
l'esistenza di metodiche riabilitative moderne...familiari
che non riescono ad uscire dall'angoscia di non avere
fatto abbastanza quando magari "si poteva fare qualcosa"
perche' nessun operatore li ha presi da parte, fin dall'inizio,
per coinvolgerli nella stesura del progetto riabilitativo.
Alla
luce di queste revisioni, che definizione darebbe oggi
della Afasia?
Wepmann,
a suo tempo, ha ben riassunto la natura multidimensionale
della afasia attribuendole le tre facce: psiconeurologica,
psicolinguistica, psicosociale e in passato sono state
date varie definizioni a questo termine (disturbo della
capacità proposizionale , disturbo di astrazione,
ecc.ecc.) a ognuna delle quali corrisponde un diverso
approccio per quanto riguarda gli aspetti di valutazione
come di trattamento; ma tutte queste definizioni riportano
l’afasia al linguaggio o al pensiero o comunque
ad una qualche funzione cognitiva quindi alla mente, il
cui funzionamento caratteristico viene descritto in relazione
ad un meccanismo che si ritiene danneggiato dentro la
persona e dunque la valutazione e l’intervento non
si discostano da questa visione, riguardando sempre e
unicamente le funzioni cerebrali della persona che si
suppone “malata” decurtata di qualsiasi aspetto
emotivo o psicologico…della persona sono chiamati
in causa il cervello “motore” e nient’altro…
Ma con l’afasia cosa si perde? Si perdono parole,
linguaggio, discorsi, nomi, verbi, o piuttosto si perde
la possibilità di continuare ad essere individui
con un ruolo, una autonomia un contorno adulto? Pennisi
ci dice che l'afasia è un'interruzione radicale
dei nostri modi pregressi del vivere…le persone
stesse nel descrivere l’esperienza parlano di “prigioni”,
“muri”, “spazi vuoti” (…è
come aprire le porte e non trovare niente dietro…
come se il mio cervello fosse una torta alla quale è
stato portato via un pezzo…). In questo senso, una
buona definizione di afasia dovrebbe rendere conto di
tutti questi aspetti e quindi la migliore mi sembra quella
di Aura Kagan che si colloca in un’ottica moderna,
in un modello di approccio alla disabilità nuovo
rispetto a quello medico: “l’afasia è
un disturbo del linguaggio di origine neurologica che
maschera la competenza che normalmente ogni individuo
rivela attraverso le attività di conversazione.
Le conseguenze si collocano a livello personale e familiare,
determinando profondi cambiamenti a livello di identità,
rapporti, stili e qualità di vita”.
E poi ricordiamoci che non è una questione di definizione,
preferisco ricordare ciò che ho già detto
all'inizio, io credo alla persona che sta dietro alla
afasia. Colei che per usare le parole di Mona Ozouf nella
prefazione al bellissimo libro "Il linguaggio ferito"
di Philip Van Eeckhout "veglia dietro la sintassi
sfilacciata, il vocabolario in rotta, le parole incastrate,
soffocate, consunte, rosicchiate...è lei che vogliamo
raggiungere, ed è a lei che bisogna restituire
la gioia perduta dello scambio"
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Cosa
sono gli aspetti psicosociali della afasia e come li affrontate
in ALIAS?
Per
la persona con afasia e per l’intera famiglia, il
rischio è che l’isolamento e la stasi, determinino
una situazione nella quale le possibilità di crescita
sono limitate. Questa condizione viene ulteriormente marcata
dalla cultura dominante e dalla storia della nostra società
che è sempre più proiettata allo sviluppo
tecnologico dei mezzi di comunicazione, e dove comunicazione
è sinonimo di potere politico ed economico.
Gli aspetti psicosociali della afasia, per usare le parole
della Sarno, sono i “profondi e inaspettati cambiamenti
innescati dalla afasia che riguardano ogni aspetto della
vita dell’individuo, incluse le sue reazioni alla
malattia e alla disabilità, il senso di se’,
la capacità di fronteggiare un ruolo sociale differente,
i sentimenti di perdita, la bassa stima di se’,
e la possibile depressione”. In letteratura in genere
vengono interpretati come i disturbi legati alla condizione
afasica non immediatamente legati al problema comunicativo
e di solito sono descritti dal punto di vista del professionista.
La perdita di se’ è il dato psichico fondamentale
nella afasia, un esito specifico delle disintegrazione
afasica, una grave crisi di identità per la discrepanza
che si crea tra l’autopercezione interna del paziente
(funzioni affettive-cognitive in gran parte integre) e
la percezione da parte deli altri. Ci sono enormi discordanze
tra livello verbale e dati contestuali (condotta non verbale,
responsività cognitivo-affettiva, segnali di integrità
rivenienti dalla propria identità pre-lesionale)
che inducono nell’interlocutore sano, reazioni che
oscillano tra la sottovalutazione e la sopravvalutazione
della pregnanza comunicativa della persona con afasia,
per portare a un franco rifiuto relazionale. Tutto cio’
porta progressivamente conseguenze sulla personalità
dell’afasico (rigidità cognitiva, impoverimento
e chiusura affettivo-relazionale) tanto che si è
detto che nella afasia cronica ci sia uno spostamento
del deficit dal livello della performance a quello della
competenza.
Comunque sono diverse le manifestazioni di profonda sofferenza
provata dalla persona con afasia. La rabbia è una
delle componenti più significative dello stato
di frustrazione sofferto dalla persona. Frustrazione ulteriormente
aggravata dal fatto che la stessa rabbia non trova modo
di esprimersi. La rabbia puo’ manifestarsi con un
negativismo infantile , un rifiuto delle relazioni sociali.
Il negativismo potrebbe crescere al punto da rendere impossibile
trovare qualcosa che risulti gradito alla persona o che
allievi il suo malessere. Il rifiuto a partecipare potrebbe
essere cosi’ forte da rendere il paziente ostinato
e cocciuto, con gesti di rabbia (spingere via il cibo
offerto, strappare il giornale o i vestiti scalciare,
urlare). Le reazioni piu’ frequentemente sono rivolte
verso le persone care o comunque note, rispettate e amate,
compreso gli operatori ma piu’ spesso i familiari,
in particolare il coniuge o i figli. Questi elementi di
frustrazione e rabbia rappresentano una complicazione
notevole per lo svolgimento della riabilitazione. D’altra
questi sentimenti indicano una sana preoccupazione da
parte del paziente che spesso a causa del senso di impotenza,
della tristezza e della paura di avere una disabilità
permanente crea uno stato depressivo. Questo avviene soprattutto
in soggetti che precedentemente avevano una vita molto
dinamica e attiva, per i quali si prospetta un profondo
cambiamento nello stile e nei ritmi abituali e che quindi
dubitano di poter riprendere il ruolo da sempre occupato
nella società e nella famiglia. Cio’ che
la persona viene a provare è un profondo senso
di perdita. Depressione e frustrazione sembrano due condizioni
opposte. La presenza di frustrazione indica consapevolezza
di se’, desiderio di comunicare, e spesso un alto
grado di motivazione al recupero. La depressione al contrario
indica una incapacità a fronteggiare condizioni
di vita avverse. Questo tipo di situazione rappresenta
un grosso ostacolo per il riabilitatore e richiede un
management specifico e specialistico.
Oltre a questo dato ci sono diverse ragioni che rendono
essenziale interpretare i disturbi comunicativi entro
il contesto psicosociale: la focalizzazione sul paziente
prima di tutto e la sua inclusione nel processo decisionale,
obiettivo definito dalla medicina del 21° secolo,
suggerito dalle Linee Guida internazionali sull’ictus
e dal Royal College of Speech Language Therapist.
Quindi è importante affrontare questi aspetti fin
dall’inizio della presa in carico, come è
previsto nel programma di ALIAS fin dal primo contatto
con la persona e la famiglia. L’elemento centrale
da considerare nel processo di aiuto è l’azione,
non la patologia. Quale che sia il grado oggettivo di
funzionamento fisico dell’organismo le persone ciononostante
“vivono”. Pur afflitte da eventuali patologie,
tendono ad agire mosse da scopi vitali e quando agiscono,
non lo fanno da sole. Inter-agiscono con altri in vista
di scopi comuni e condivisi. In questo senso, i problemi
sociali (quelle problematiche di isolamento/esclusione
sociale e difficoltà nella partecipazione alla
vita sociale e comunitaria che rileviamo SEMPRE nella
afasia) nascono come insufficienti condensati di azioni
comuni attorno a scopi condivisi e benefici.
La
Relazione di Aiuto in ALIAS è prima di tutto Osservazione
della rete che circonda la persona e guida per il suo
rafforzamento nei punti critici, quindi ha le caratteristiche
della CIRCOLARITA’ e dell’APERTURA…è
un intervento che va’ rivisto e rifondato in itinere,
imparando nel corso del processo stesso…questo approccio
ci consente di considerare suscettibile di “aggiustamenti”
qualsiasi percorso di vita, anche quello di una persona
con grave deficit di linguaggio magari in un contesto
di cronicità…cioe’ colui cui non è
piu’ proponibile un intervento tradizionale di tipo
sanitario o comunque sulla funzione.
Da
quanto detto finora sembra di capire che un percorso di
affiancamento alla famiglia “afasica” potrebbe
avere le caratteristiche di intervento a tempo indeterminato?
Mi
sono fatta spesso la stessa domanda. Considerando i rapporti
nati in seno alla Associazione e mantenutisi per anni,
direi di si’. Ne’ piu’ ne’ meno
di quanto accade nelle amicizie. Del resto è abbastanza
ovvio. Gli interventi sono impostati sulla Relazione e
dunque spesso al di la’ dei setting terapeutici,
quando la famiglia ha raggiunto una condizione di equilibrio
e benessere, questi rapporti sono destinati ad evolvere
in vere e proprie amicizie. Tra l’altro molto vivaci
e particolari dal momento che comprendono persone di età
molto differenti e con storie e background completamente
diverse. In ogni caso il modello del Life Participation
Approach prevede molte opzioni, alcune delle quali cadenzano
il corso della vita di una famiglia e si ritiene che il
cliente o i clienti possano trovarvi risposte fino a quando
hanno necessità.
Dal
punto di vista personale, sono sempre stata molto coinvolta
dalle relazioni che ho instaurato con i miei pazienti
o con i membri dei vari gruppi di ALIAS…”trattare”
(altro pessimo termine) un paziente con disabilità
comunicativa non significa solo agire nei confronti del
deficit afasico con razionali e rigorosi strumenti diagnostici
e terapeutici, ma esplorare le sue competenze potenzialmente
disponibili per il recupero e quindi confrontarsi in modo
continuativo e, in alcuni casi, per lunghi periodi, con
problematiche non specificamente mediche, e con situazioni
che esulano dal setting riabilitativo “tradizionale”,
ma coinvolgono un contesto relazionale piu’ ampio,
familiare e sociale.
Se si ammette una volta per tutte che la riabilitazione
dello stroke comincia con la fase di attenzione medica
e interventi clinici per poi passare all’analisi
dei problemi della persona e dell’intera famiglia
nella gestione della disabilità e termina con il
reintegro della persona nel suo ruolo sociale (per quanto
possibile) si intuisce chiaramente come si tratti di un
vero e proprio percorso, lungo settimane o anni e che
coinvolge diversi attori….un faticoso progetto di
vita, nel quale “la relazione” diventa lo
spazio naturale dove trovano espressione quelle componenti
psicologiche, emotive, sociali e culturali del paziente,
che rappresentano insieme a quelle squisitamente cognitive
le reali risorse del paziente.
In questo senso penso di non avere mai evitato la relazione
con il paziente per garantirmi una autonomia che mi consentisse
di “guidare” l’intero processo. Al contrario
è sempre stata la Relazione stessa a sostanziare
e rappresentare il processo (del resto il processo terapeutico
e’ essenzialmente un processo interattivo nel quale
il terapista e il paziente sono partner quindi allo stesso
livello).
Prima
ha fatto riferimento ad un modello per la Terapia?
Si
tratta di un modello derivato dalle esperienze tradizionali
di terapia della afasia e dal modello sociale di disabilità
in coerenza con lo sviluppo delle politiche dei servizi
sanitari (medicina centrata sul paziente, enablement center
care…) . Questo modello rende conto della natura
multidimensionale della afasia e individua i diversi tipi
e livelli di input terapeutici che potrebbero essere utili
per raggiungere un miglioramento della Qualità
di Vita della persona con afasia. Gli obiettivi dell’intervento
sono 6 e sono interconnessi (comprendono metodiche in
uso, tradizionali e innovative): migliorare comunicazione,
identificare e ridurre le barriere alla partecipazione
sociale, adattamento dell’identità, promozione
del benessere psicologico, promozione della autonomia
e della capacità di scelta, promozione della salute/prevenzione
delle malattie.
All’interno di questo modello gli interventi si
possono sommare, accavallare, sovrapporre…in realtà
la tempistica è importante e ha un suo senso. Qualcuno
potrebbe voler lavorare prima di tutto sulla comunicazione,
altri sulla gestione della rabbia, altri ancora sulla
ottimizzazione delle proprie relazioni. Si puo’
lavorare contemporaneamente a livello del danno e a livello
di disabilità…es. un paziente puo’
lavorare per migliorare le sue abilità nel gestire
i fallimenti durante la conversazione mentre il suo partner
comunicativo lavora per migliorare i supporti comunicativi
da proporgli …alcune persone potrebbero richiedere
solo interventi counseling o solo per i propri parenti,
oppure potrebbero partecipare esclusivamente ai gruppi
di discussione di pari. Come si puo' intuire, un modello
del genere comprende tutto,
qualsiasi situazione , es. un paziente che uscito dall’ospedale
si ritiene possa rimanere solo e non puo‘ partecipare
a nessuna attività parallela…si puo’
inviare qualcuno che abbia fatto un training di conversazione
supportata che mantenga una relazione comunicativa con
lui. Oppure altri ex pazienti possono essere invitati
periodicamente per partecipare a sedute di training di
studenti o a focus group su nuove metodiche…
Questo tipo di lavoro crea tra l’altro un clima
favorevole, confortevole e rispettoso dei diritti della
persona con afasia, dunque si inserisce in un discorso
etico che fra gli altri punti prevede una certa attenzione
al linguaggio usato (clienti o membri del gruppo e non
pazienti, lasciare la terapia piuttosto che essere dimessi,
essere partner della partnership terapeutica piuttosto
che essere “trattati”).
Questo
è cio’ che gia’ facciamo o stiamo per
fare a Genova. Ma ci tengo a puntualizzare che ALIAS non
rappresenta affatto un prodotto finito.
È più come un viaggio in corso e descrive
i nostri sforzi per capire un fenomeno complesso e inafferrabile
come l’afasia.