| Cara
Olimpia, per l'ennesima volta ci ritroviamo a parlare di afasia.
Secondo la tua esperienza quale immagine descrive bene questa condizione?
La prima immagine che ho visualizzato è stata quella di un
libro aperto con tanti punti interrogativi al posto delle parole
ignote e "sconosciute" all'improvviso e una persona triste
che pensa ad un bellissimo tramonto sentito come tramonto della
propria vita, la cui emozione non riesce più a comunicare
con le parole. Una prigione di emozioni, immagini e pensieri che
restano bloccati, incatenati all'interno del corpo e della mente,
impossibilitati ad essere comunicati all'esterno. Nella mia esperienza
di uscita dall'afasia, si è reso necessario l'utilizzazione
di un terzo linguaggio ( oltre a quello verbale e scritto oggettivamente
compromessi) per accedere alla dimensione del silenzio forzato a
cui costringe l'afasia, un linguaggio non tecnico, ma fondato sulla
solidarietà umana e sulla spinta ad entrare in relazione
in tutti i modi creativi possibili, un linguaggio degli occhi, un
linguaggio gestuale, un linguaggio della musica, un linguaggio linguaggio
più simbolico ed intimo, estremamente rispettoso del valore,
della dignità e dell'unicità della persona divenuta
afasica.
Quali sono gli ostacoli peggiori che una persona con afasia può
incontrare oggi in Italia?
L'incomprensione da parte dei propri familiari , l'arretratezza
degli approcci rieducativi fondati sul tecnicismo , la disomogeneità
degli stessi trattamenti sul territorio nazionale sono le prime
fonti di demotivazione e di costante depressione nei soggetti afasici,
costretti a peregrinare per poter parlare.
Vedi qualcosa di innovativo profilarsi all'orizzonte?
Sì,
una apertura alla ricerca e alla sperimentazione di linguaggi diversi
da quello verbale e scritto nella comunicazione con gli afasici.
Purtroppo è ancora limitata in ambiti associativi (ALIAS
e alcune regioni dell'A.IT.A.) Il passaggio nelle relazioni mediche
e non che vedono la persona colpita da afasia solo come paziente
e non come persona implica una formazione e una educazione ai nuovi
valori che tengano conto della
unicità della persona rispettosa della sua unità di
mente-corpo-spirito. E' di fondamentale importanza "educare"
familiari ed operatori della riabilitazione non solo del linguaggio,
ma alla globalità della persona divenuta afasica. Educare
altresì gli afasici alle infinite possibilità che
il loro nuovo status racchiude e liberare le loro potenzialità
nascoste con la socializzazione e la promozione di varie attività
creative.
La prossima domanda riguarda un tema che mi sta molto
a cuore. Dopo l'afasia, alcuni restano congelati per sempre nella
frattura fra passato e presente, altri compiono il salto e scoprono
una nuova dimensione. Secondo te chi è candidato a "farcela"
ha caratteristiche particolari? Si può facilitare questo
"salto"?
E' molto complesso rispondere a questa domanda. La frattura fra
passato e presente , tra un "prima" e "ora"
creata da un evento come l'afasia o una "malattia" c 'è
ed esisterà sempre. E' difficile accettare il fatto di diventare
persone nuove...non si ritorna più come eravamo un tempo.
E' una legge di natura nascere, crescere, "evolvere" ,
morire, rinascere. La frattura è più profonda e più
sottile. Si configura come paura del nuovo e ci si aggrappa al passato
che si conosce e ci è più familiare, più controllabile
in qualche misura, per paura di crescere. Si può colmare
questa frattura solo lavorando sull'unità della persona .
Molto dipende dalla capacità e dalla volontà della
persona colpita da afasia di voler continuare a vivere, coltivare
interessi nuovi ed aprirsi a "altre dimensioni dell'essere",
più rispondenti al "cambiamento di pelle". Nella
mia personale esperienza, sono riuscita ad accettarmi quasi totalmente
nella mia nuova condizione, solo quando ho cominciato a lavorare
sulla dimensione spirituale. Quando ho capito il senso superiore
dell'esperienza, ho scoperto infinite nuove opportunità di
"essere" e perfino di aiutare gli altri con la mia esperienza.
in questo senso è candidato a "farcela" solo chi
non si arrende mai, chi non getta mai la spugna, chi lotta per vivere
meglio e più serenamente; è candidato a "farcela"
colui che ricerca sempre e che sperimenta incessantemente il suo
nuovo essere, il cambiamento di pelle, solo colui che vive intensamente
tutte le opportunità che gli si offrono e ne fa tesoro per
"evolvere". Si può facilitare questo "salto"
con la socializzazione e con la promozione di attività volte
a far scoprire i nuovi "talenti", ma chi decide questo
salto è solo la persona interessata.
E
infine, cara Olimpia, la domanda su cui ci interroghiamo continuamente:
l'afasia è una malattia o cos'altro?
nel mio viaggio ,ormai quasi trentennale, nell'afasia, mi sono posta
infinite volte questa domanda, dandovi diverse risposte nel tempo.
Sulle prime la consideravo una punizione divina, una calamità,
poi una condizione di prigione terribile, ma mai chissà perchè?
una malattia. Sono convinta che in massima parte siamo responsabili
degli eventi che ci colpiscono con il nostro stile sbagliato di
vita, non rispettoso della nostra unità mente-corpo- spirito
e che possiamo ,se vogliamo, scoprire l'origine dell'evento e modificare
la nostra vita in un percorso di consapevolezze, imparando ad amarci
e a rispettarci di più. E' questo che colma la frattura fra
passato e presente, tra prima e dopo, che dà un senso più
potente alla nostra nuova condizione. E questo è "evolvere".
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