Pierluigi Amietta
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Pier Luigi Amietta

Riprendiamo i nostri incontri di approfondimento sulla comunicazione, dialogando con Pier Luigi Amietta, docente presso l'Università di Pisa, esperto di comunicazione e organizzazione, ambiti nei quali svolge consulenza e formazione rivolta ad aziende ed Enti privati e pubblici. Il Prof. Amietta ha partecipato a studi di sperimentazione linguistica con Silvio Ceccato e attualmente svolge studi e ricerche su creatività, management e comportamenti organizzativi in particolare, nell'ambito di "pensiero, linguaggio e movimento corporeo". Spunto per la nostra conversazione è stata la lettura del testo "Dal gesto al pensiero. Il linguaggio del corpo alle frontiere della mente" (Franco Angeli, 1998), che ci ha introdotto al tema della "Comunicazione gestuale", spingendoci ad indagare sul possibile ruolo di questa nello studio delle deprivazioni verbali.


Come affermato da Felice Accame nel Working Paper n. 96 della Società di Cultura Metodologio-Operativa, rispetto al linguaggio "Amietta e Magnani cercano di impostare un'indagine comprensiva sia dell'aspetto mentale-linguistico che dell'aspetto motorio, interrogandosi sulla natura del loro rapporto e, soprattutto, soffermandosi su alcune delle forme più evidenti con cui questo rapporto si manifesta. Senza dimenticare, ovviamente, che è possibile – e studiabile – l'attività mentale anche in assenza di espressioni verbali”.

In considerazione di quest'ultimo punto, abbiamo chiesto al Prof. Amietta di accompagnarci nel territorio per noi nuovo ed estremamente suggestivo della Metodologia Operativa, che invita ad analizzare i "significati", dunque anche le espressioni verbali e gestuali, in termini di operazioni mentali. Ringraziamo inoltre la Dr.ssa Silvia Magnani che ha contribuito alla stesura delle risposte.

Prendiamo spunto dalla lettura del testo "Dal gesto al pensiero", pubblicato nell'89 da lei e da Silvia Magnani, per porle una domanda sul possibile utilizzo della "Logonica" nello studio delle deprivazioni verbali. Il metodo della scuola operativa di Milano appare infatti di profondo interesse per coloro che si occupano di patologie del linguaggio; se il pensiero, il gesto, le parole sono prodotti dell'attivita' mentale, ottenuti attraverso l'attivazione di operazioni che fanno capo ad una matrice di tipo attenzionale, possiamo immaginare di applicare la metodologia operativa anche al versante dell'afasia alla quale si associa spesso un impoverimento della "gestualita'". Quali riflessioni si possono fare sulle operazioni mentali sottostanti i gesti ridotti o inadeguati degli afasici? Attingere a questo tipo di informazione, consentirebbe di capire la reale efficacia di tecniche riabilitative che promuovono la gestualita'...

Una premessa necessaria: lo studio della vita mentale, attraverso i linguaggi (che comprendono la lingua parlata e scritta, ma anche gli studi, appena iniziati, sull'operazionismo gestuale, per una futura "logonica" del movimento corporeo) è in realtà lo studio di fenomeni di cui già si sono occupate e si occupano molte discipline, dalla psicolinguistica alla semiologia, dall'etologia alla psicologia, alla fisiognomica e - per alcuni aspetti - persino la psicoanalisi. Ma, in un approccio scientifico corretto, lo sperimentare nuovi angoli d'osservazione fa sì che, guardando attraverso un altro tipo di lente alcuni fenomeni che ci interessano, ce li spieghiamo un po' meglio che guardandoli in altro modo; soprattutto se siamo stati abituati a guardarli in un solo modo.

Questo, credo, è il presupposto di partenza per qualunque ragionamento scientifico. Dunque, anche l'osservare sul versante operativo manifestazioni che, per essere usualmente - e, si badi bene - correttamente ascritte alle patologie vocali, si presumono affrontabili esclusivamente con gli strumenti della foniatria e della logopedia, appare del tutto legittimo. A patto, però, che ne siano ben chiari, oltre alla assoluta specificità dell'approccio, e dunque i possibili sviluppi conoscitivi, anche i limiti. Ciò significa riconoscere che:

1. L'approccio operativo alla gestualità non è - e, allo stato dell'arte non può ancora essere - apprendimento di nuovi strumenti, ma si pone come terreno, probabilmente fecondo, di ricerca. Rispetto a quest'ultima, gli strumenti potranno, forse, seguire. D'altra parte, come sappiamo bene, la tecnica segue la scienza, non può precederla.

2. La particolare area delle afasie, con la tipicità caratteristica della riduzione e/o della "inadeguatezza" gestuale, aggiunge una difficoltà non lieve all'approccio operativo, essendo carente o venendo addirittura a mancare la - per così dire - "materia prima" dell'analisi sui due versanti, appunto: quello linguistico e quello gestuale.

3. La metodologia operativa (cfr. il testo di S. Leonardi, nella nota bibliografica in calce) ha iniziato ad occuparsi di afasie soltanto in tempi recentissimi, avanzando alcune ipotesi che mi sembrano interessanti, ma talvolta "eretiche" rispetto ad alcuni princìpi basilari della metodologia operativa stessa. Insomma, le premesse, a mio modo di vedere, appaiono promettenti: ma da qui a farne dei parametri valutativi dell'efficacia delle tecniche riabilitative, ci corre. Ci corre ancora tanta, ma tanta ricerca.

Dopo questa doverosa precisazione, debbo dire che trovo le vostre ipotesi molto stimolanti e mi sento di confermare la vostra opinione che questo possa essere un filone di ricerca importante.

Torniamo alla vostra domanda su "quali riflessioni si possono fare sulle operazioni mentali sottostanti i gesti ridotti o inadeguati degli afasici"..

Anzitutto, sulle afasie in generale: l'abitudine, come accennavo in premessa, di guardare i fenomeni da un certo angolo visuale, sempre lo stesso, può determinare una sorta di "effetto deriva", per cui non si tiene in considerazione la necessità di verificare - o, popperianamente, falsificare - alcune premesse, perché si ritengono scontate. Può essere utile, quindi, almeno un solo rilievo metodologico, ma che a mio modo di vedere è di grande importanza in quanto non preliminare, ma già all'interno dell'approccio operativo a questo tipo di problemi.
La metodologia operativa non può occuparsi di fenomeni definiti negativamente, ma soltanto di ciò che è possibile definire (o studiare, se non ancora definito) in termini propri e positivi. Così, quando si fa riferimento alla gestualità ridotta" e ai gesti inadeguati" degli afasici, un primo punto d'attenzione va posto a mantenere questi aggettivi nei termini positivi di un rapporto tra ciò che l'afasico vorrebbe (e non ciò che non vorrebbe) esprimere e ciò che esprime. Non dunque tra un dover essere sottinteso, o paradigma di ciò che dovrebbe (o, peggio, che non dovrebbe). La differenza non è grammaticale, è mentale e perciò fonda-mentale, perché condiziona l'approccio alla ricerca (induttivo o deduttivo, per esempio). Dunque: il punto d'attenzione riguarda la definizione di quel "qualcosa" rispetto al quale i gesti degli afasici sarebbero "ridotti" e/o "inadeguati".

Non credo che tutte le afasie possano essere studiate dal punto di vista operativo con eguale successo: probabilmente terreno elettivo di ricerca dovrebbe essere, più che delle afasie fonetiche, quello delle afasie semantiche. Ma anche tra queste, credo, sarebbe bene concentrare l'attenzione più sull'afasia transcorticale sensoriale, dove è colpita l'area dei correlatori e, in via subordinata, sull'afasia dinamica di Luria, dove ad essere colpita è l'area della logica linguistica, con incapacità di assegnare le funzioni logiche ai costrutti mentali per formare un pensiero. Più lunga è la strada (credo, ma non ho background sufficiente per affermarlo con certezza) con l'afasia semantica di Wernicke, se essa riguarda l'area morfologica dei significati di nomi, aggettivi e verbi: per esempio, non so quanto la parte linguistica, dei sinonimi e antonimi del testo mio e di Silvia (ndr. Dal gesto al pensiero) che, ovviamente, non è stata pensata in questa chiave, possa costituire una apertura feconda alla ricerca. In ogni caso, il percorso di ricerca potrebbe e concentrarsi sulle specifiche "uscite" gestuali che accompagnano i vari significati.

Provo a indicare, di larga massima, un percorso ipotizzabile per arrivare ad una "diagnosi differenziale" in quattro fasi:

1. si studia l'uscita mimico-gestuale sollecitata dalle "diverse" parole in soggetti normali (esempio: si parte da un "agire", verbo tipicamente intransitivo e comportamentistico, poi si esplorano gli altri membri della "famiglia", quali un eseguire, elaborare, trasformare, modificare, in cui un oggetto li precede nel tempo e un fabbricare, costruire, produrre, creare, in cui l'oggetto segue l'attività nel tempo);

2. si studiano le operazioni mentali sottese a ciascuna uscita gestuale;

3. si propongono le stesse stringhe linguistiche a soggetti afasici e si registrano le rispettive uscite mimico-gestuali:

4. si confrontano le uscite mimico-gestuali e le operazioni di cui sub 1. e 3.

Per quanto riguarda le afasie fonetiche, S. Leonardi formula ipotesi, a loro volta, interessanti, quando - parlando delle funzioni corticali - dice " allo stesso modo in cui c'è una memoria di relazioni spaziali degli oggetti fisici nel lobo parietale, che ci consente di muoverci nell'ambiente in cui viviamo, deve esserci una analoga zona nel lobo parietale, dove sono conservati i ricordi delle relazioni spaziali e temporali delle parole". La cosa, è tutt'altro che pacifica. Infatti, a mio modo di vedere, per avanzare sulla strada di questa ipotesi, occorrerebbe superare alcuni ostacoli estremamente ardui:

a) fino a quando non ne sarà realmente individuato il substrato anatomo-funzionale, il fatto che "debba esserci" una analoga zona, ecc., è destinato a restare una petizione di principio.

b) il concetto di memoria come "magazzino"( cfr., per es. E. Roy John: Mechanismus of memory, Academic Press, N.Y. and London, 1967) è tra quelli più avversati dalla metodologia operativa, in quanto inquinato dal fisicalismo che descrive i costrutti mentali come se fossero di natura osservativa, ossia fisica, finendo regolarmente col proporre metafore irriducibili (come, appunto, il "magazzino"): la completa inutilizzabilità delle quali si mostra non appena si ipotizzi, pragmaticamente, di farne una base di partenza per riprodurre il costrutto mentale su un artefatto meccanico. "Dove", l'ingegnere che volesse costruire la macchina che ricorda, andrebbe a prendere i ricordi che si asseriscono "conservati"?" La scuola operativa ha individuato e descritto esaurientemente ben otto diverse funzioni della memoria, ma tutte riconducibili alla "capacità di rifare operazioni già fatte", con esclusione quindi di metafore come il "magazzino", il "disco", il "nastri magnetico" e simili. Detto ciò, resta il fatto che - nel funzionamento della mente umana - i meccanismi mnemonici sono tuttora i più misteriosi, sia perché se ne ignora del tutto la base organica, sia, anche e soprattutto, perché l'analisi operativa non lo ha ancora affrontato nel merito, ma soltanto nei suoi effetti linguistico-comportamentali. Altro filone di ricerca affascinante!

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E' ormai opinione condivisa che una delle variabili fondamentali dell'agire terapeutico in logopedia è la consapevolezza dell'operatore circa il migliore utilizzo dei meccanismi comunicativi e dei comportamenti di relazione…in qualità di esperto, quali strumenti formativi ritiene dunque propedeutici alla professione di logopedista?

Se è vero, come io (ma certamente non solo io) penso, che:

- la professione di logopedista non può riguardare soltanto il "riassemblaggio funzionale" di meccanismi fonatori (sarebbe come un meccanico che volesse far girare le ruote senza accendere il motore);

- se anche ci si volesse limitare a tale riassemblaggio esso non potrebbe mai essere raggiunto senza un forte Know How sui rapporti tra pensiero e linguaggio (con specifico e importante riferimento a tutte le "spie del pensiero", linguistiche e valoriali, con tutto il corteo atteggiativo, a voi noto, che ne consegue);

- un professionista che deve entrare nel delicato meccanismo che collega il pensiero con la parola dove preoccuparsi, forse prima di ogni altra cosa, di depurare il proprio pensiero da condizionamenti "a priori", di qualunque natura e provenienza. Non diversamente, ciò, dallo psicoanalista che, per esercitare la professione, deve necessariamente passare prima attraverso l'analisi

allora sussistono pochi dubbi su quale formazione di base il logopedista farà bene a dotarsi:

1. tutta la formazione "destrutturante", idonea a liberarlo dai propri stereotipi mentali, dai piccoli e grandi dogmatismi che tutti ci portiamo dietro (dal tipo di studi, dall'educazione, dalle specifiche esperienze fatte, e anche dal Dna);

2. tutta la formazione idonea conseguire il massimo grado di libertà mentale, di equilibrio valoriale;

3. tutta la formazione che rimetta in discussione le metodologie rigide di problem solving e di decision making;

4. tutta la formazione idonea ad approfondire i meccanismi di funzionamento del pensiero;

5. tutta la formazione idonea ad accrescere la propria flessibilità interpretativa, come la formazione alla creatività;

6. tutta la formazione che, partendo dalla lingua, consenta di risalirne alle fonti, interpretando il pensiero sotteso alla luce di molteplici aree disciplinari (dall' l'etimologia all'antropologia, alla sociologia, alla psicologia, all'etologia, ecc.)

7. tutta la formazione (ed è un corollario del punto 6.) che favorisca l'integrazione, che presuppone la capacità di dare e ricevere contributi da discipline, funzioni, professionalità diverse e anche lontane dalla propria.

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Sappiamo che la sua attività la porta a confrontarsi con mondi del lavoro diversificati…in considerazione di quanto da lei affermato circa il fatto che i valori e gli atteggiamenti sono chiavi interpretative del mondo, che impressione si è fatto del mondo sanitario? Lo definirebbe un contesto di "apprendimento"?

La risposta "no", che mi sorge istintivamente, suona ingenerosa e sicuramente ingiusta nei confronti delle molte lodevoli eccezioni. Tuttavia la confermo, aggiungendovi però alcune necessarie puntualizzazioni, alcune delle quali collocano la valutazione in un contesto più equilibrato. Anzitutto, le motivazioni del "no":

1. Se si apprende attraverso la comunicazione

2. Se "comunicare" non vuol dire scambiarsi messaggi ma mettere in comune valori

3. Se mettere in comune valori dev'essere la premessa perché i comportamenti di una comunità organizzata (non rileva se politica, scientifica, sanitaria, o altro) si uniformino agli obiettivi comuni;

4. Se gli obiettivi comuni sono il mosaico cui ciascuno ha voluto e saputo collocare il proprio tassello al posto giusto e se questo "mosaico" è la raffigurazione metaforica dell'integrazione

5. Se integrazione, in definitiva, vuol dire l'obiettivo di ciascuno al servizio dell'obiettivo di tutti

allora, mediamente e - come già detto - con lodevoli eccezioni, il mondo sanitario non appare una collettività orientata all'apprendimento, non appare una "organizzazione che apprende", perché sono ancora troppi e troppo diffusi:

Ad 1. La tendenza, inversa a quella predicata dal saggio cinese, a parlare moltissimo di sé, molto degli altri, poco delle cose (a meno che non siano riconducibile ai primi due casi) e a comunicare pochissimo;

Ad 2. La tendenza a convincere gli altri della supremazia dei propri studi, delle proprie scoperte, delle proprie intuizioni, in definitiva dei i propri valori, anziché chiedersi come essi possano essere contributivi ad uno scopo comune

Ad 3. I comportamenti autocentrati e l'idea che multidisciplinarità significhi centralità della propria disciplina, cui le altre possono dare, occasionalmente, apporti marginali

Ad 4. I comportamenti mirati a evidenziare come il proprio "tassello", sia, in definitiva, quello risolutivo

Ad 5. L'idea gerarchizzata e solidificata che l'obiettivo di ciascuno dev'essere al servizio del più alto.

A temperare questo quadro, discretamente desolante, ci sono però alcuni segnali di controtendenza, quali:

- Le iniziative di formazione crescenti (per quantità e qualità) della P. A., proprio nel settore sanità: intendo formazione vera e propria, non di aggiornamento specialistico (quindi formazione di comportamento organizzativo interno, di orientamento al paziente-cliente;

- Il timido, ma nettamente avvertibile, recupero della mentalità "olistica" nell'approccio al paziente, dopo gli anni del delirio tecnologico-specialistico, per cui ciò che interessava non era l'uomo e nemmeno il "paziente", ma un viscere, o addirittura una parte di un viscere

- la forte ondata volontaristica che fa sentire o suoi effetti anche nel settore sanitario

Vi sono, in ogni caso e tuttora, ampi spazi di miglioramento"


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A conclusione di questo interessante dialogo, Amietta ci ricorda che "l'avvio della ricerca operativa dal punto d'ingresso della professionalità logopedica e/ o foniatrica deve scontare una conoscenza di base non solo, ovviamente, della metodologia della ricerca sociale ma soprattutto della metodologia operativa, che è molto particolare; e di questa, in modo specifico, tutta la dinamica correlazionale" e dunque a questo proposito ci suggerisce qualche utile indicazione bibliografica:

1. AA.VV.: Manuale di linguistica operativa, Longanesi, Milano, 1969

2. S. Ceccato: La mente vista da un cibernetico, ediz. Eri, Roma.1972

3. S. Ceccato: La terza cibernetica, Feltrinelli, Milano 1974

4. G. Vaccarino: La mente vista in operazioni, D'Anna, Messina-Firenze, 1974

5. S. Ceccato, B. Zonta: Linguaggio, consapevolezza, pensiero, Feltrinelli, Milano, 1980

6. S Leonardi: Le afasie, Working Paper" N. 129, Società di Cultura Metodologico-Operativa, Milano, aprile 2001

7. Mc Carthy, Warrington: Neuropsicologia cognitiva, Ed. Raffaello Cortina, Milano, 1998

8. P.L. Amietta: Comunicare per apprendere, F. Angeli, 2a edizione, Milano, 2001



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