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Uno dei meriti dell'approccio neuropsicologico
alla cura dei disordini del linguaggio e' certamente quello
di avere fornito una metodologia scientifica applicabile
allo studio dei processi linguistici. D'altra parte, come
operatori della riabilitazione, siamo consci del fatto che
la teoria cognitiva non ha dato origine ad una corrispondente
teoria della riabilitazione e, in questo senso, siamo d'accordo
con Antonino Pennisi quando afferma la necessità
di condurre studi sulle "concrete esperienze cognitive
ed esistenziali" dei soggetti (ad es. colpiti da afasia)
, per "tradurre e quasi far toccare con mano le questioni
che i modelli teorici trattano in maniera astratta e troppo
spesso distante dall'operatività…". In
questo senso la neuropsicologia ha ancora qualcosa da dare?
E' ipotizzabile che fra le varie prospettive di indagine
futura, la Neuropsicologia si orienti a fornire un contributo
realmente attinente ai processi di cura?
Quello
che sollevate e' un punto cruciale; dopo un iniziale periodo
di entusiasmo per l'approccio "guidato da una teoria"
alla riabilitazione, si assiste ora ad un riflusso, associato
ad una forte tendenza a privilegiare interventi di tipo
sociale. A mio parere la delusione per la "riabilitazione
cognitiva" non è completamente motivata: problemi
di tipo pratico, legati alla quantità limitata di
risorse disponibili (pochi terapisti, in generale scarsa
offerta di terapia) ha fortemente penalizzato la possibilità
di effettuare interventi lunghi e complessi di riabilitazione.
Un aspetto rimane essenziale: occorre sempre tenere conto
della possibilità di dimostrare l'efficacia dell'intervento
in modo adeguato agli standard della ricerca clinica, attraverso
l'applicazione di un disegno sperimentale corretto (ad esempio,
mediante la metodologia dello studio del caso singolo).
Direi inoltre che anche gli interventi di tipo "psico-sociale"
devono essere guidati da conoscenze di tipo neuropsicologico
(basti pensare, ad esempio, alle complesse problematiche
legate alla depressione): la neuropsicologia non si esaurisce
nella applicazione dei modelli della psicologia cognitiva
all'interpretazione dei deficit afasici, ma dovrebbe portare
allo sviluppo di proposte riabilitative basate delle sempre
maggiori conoscenze sul rapporto tra cervello e funzioni
cognitive. Purtroppo siamo ancora lontani da questo obiettivo.
E' nostra convinzione che sia necessario, in
ambito schiettamente operativo e quindi riabilitativo, abbandonare
il modello basato sul deficit per acquisire una prospettiva
allargata che tenga conto - anche dal punto descrittivo
- delle variabili contestuali ed extralinguistiche attinenti
la vita della persona afasica. Quali strumenti consiglierebbe
sulla base della sua esperienza, in grado di fornire informazioni
sulla disabilità e sull'handicap correlati all'afasia?
Data
la prevalenza dell'attenzione al livello del deficit, anche
a livello teorico, non sono moltissimi gli strumenti di
valutazione della disabilità e dell'handicap linguistico.
Abbiamo a disposizione una serie di "scale di valutazione",
come il Profilo di Comunicazione Funzionale di Martha Taylor
Sarno, o quello della Americal Speech and Hearing Association,
e dei test di "simulazione" di situazioni comunicative,
come il CADL di Audrey Holland. Per quanto riguarda l'handicap,
sono a conoscenza di alcuni strumenti ancora in fase sperimentale,
sviluppati da Walter Huber in Germania e da Chris Code in
Gran Bretagna. Spero che ci sia la possibilità di
promuovere il loro utilizzo. Magari attraverso l'AITA, nel
prossimo futuro
In base alla sua esperienza di clinico, quale
ruolo gioca la "motivazione" nell'outcome di un
programma riabilitativo per l'afasia? E come è stato
approfondito questo aspetto da voi neuropsicologi?
E'
un aspetto importante, difficile da studiare in modo rigoroso.
E' probabilmente una delle aree cui alludevo sopra, riguardo
alla possibilità di applicare allo studio dell'afasia
conoscenze derivate dalla neuropsicologia moderna, ad esempio
sulle basi biologiche delle emozioni. Sul piano pratico,
uno degli aspetti che vale la pena sottolineare è
che spesso una terapia adeguata della depressione ha un
effetto positivo sulla riabilitazione: purtroppo non conosco
studi che abbiano confermato questa osservazione clinica.
Non va certamente trascurata la possibile utilità
di interventi di tipo non farmacologico, come la psicoterapia
individuale e di gruppo: purtroppo anche qui non ne sappiamo
abbastanza.
Quali sono a suo avviso le risorse cognitive
indispensabili per approcciare un intervento riabilitativo
strutturato secondo il modello cognitivo?
Prima
di tutto va chiarito cose si intende per approccio cognitivo:
se ci si riferisce ad un'analisi dettagliata del deficit,
sulla base di un modello della normale organizzazione, ad
esempio, del lessico, è evidente che il primo criterio
per l'indicazione è la presenza di un deficit "selettivo"
, ovvero che riguarda uno o più processi coinvolti
nell'elaborazione dell'informazione risparmiandone altri.
Si tratta di una situazione rara in fase acuta, ma di riscontro
abbastanza frequente nei pazienti stabilizzati. Un approccio
basato su ipotesi di "riapprendimento" richiede
inoltre un buon livello cognitivo e, probabilmente, conservate
capacità di memoria (dico probabilmente perché
non sappiamo ancora con precisione quale tipo di memoria
sia coinvolta): tutti aspetti valutabili con test specifici.
Un'altra risorsa essenziale è il tempo, sia per il
paziente, che per il terapista. A questo proposito stiamo
studiando la possibilità di utilizzare programmi
di computer per semplici esercizi che possano essere eseguiti
anche a casa, ovviamente sotto controllo del terapista.
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