L’ Ospedale come Istituzione Totale

On 21 gennaio 2008

Le procedure terapeutiche alle quali sottoponiamo la persona con afasia in Italia si risolvono spesso in un’opera di devastazione della sua identita’, molti procedimenti terapeutici contengono tratti di spersonalizzazione, i “pazienti” sono una casta che il sistema sociale dominante cerca di controllare prescrivendo loro ruoli che neutralizzano le spinte devianti e non sono certo io la prima a dire che l’ospedale e’ un Istituzione Totale (vedi Goffmann). Gli infermieri sono spesso temuti e gli sforzi dei parenti per ottenere la loro considerazione sono talvolta al limite dell’umiliazione. Molti medici vivono in un mondo parallelo che poco ha a che fare con le persone che curano, danno l’impressione di dibattersi a fatica in fatti a loro intollerabili, mostrano insicurezza dietro la durezza e la sbrigativita’ con la quale si esprimono, sembrano despoti non autorizzati sul corpo del paziente , ritengono la comunicazione un optional per professionisti impegnati ad acquisire abilita’ tecniche e competenze scientifiche che qualifichino il loro intervento…del resto sono i primi a mostrare tutta la loro fragilita’ quando dimostrano di avere fiducia in una sola verita’, quando credono che le loro spiegazioni razionali siano persuasive, quando ignorano strategie come la riduzione del danno da eccesso di informazione, il passaggio dalla comunicazione spontanea alla comunicazione per obiettivi, la patogenesi dell’errore in corsia …e tutto ciò è funzionale al sistema, perche’ il sapere certo del medico come dell’infermiere svolge una funzione ideologica: serve a mantenere immutata la realta’ invece che cambiarla, maschera i rapporti di potere, conferisce una falsa sicurezza che poi si palesa tutta insieme nel falimento della capacita’ di comunicare di questi operatori. Quando il medico attingendo a un sapere che ignora il soggetto mette tra parentesi la persona non fa’ di per se’ qualcosa di scorretto: adotta le metodologie delle scienze naturali ma deve essere consapevole che attiva un sapere parziale e che gli e’ richiesto di controbilanciare l’unilateralita’ con un ricorso complementare alle scienze umane, deve rendersi conto di non avere capito l’importanza fondamentale del linguaggio parlato , di non avere mai imparato non solo l’uso effettivo della retorica medica ma i suoi fondamenti, allo stesso modo in cui ha imparato i fondamenti dei metodi diagnostici. Tutto questo l’ho tratto dal Testo “Medical Humanities” di cui non ricordo l’autore ma soprattutto l’ho verificato frequentando l’Ospedale da “parente” e l’ho forse rappresentato io stessa come “professionista della salute” quando ero troppo giovane e inesperta per affrontare tematiche complesse sulla base delle assolutamente scarse competenze costruite nel mio percorso formativo genovese.

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2 Responses to “L’ Ospedale come Istituzione Totale”

  • Thanks for writing this.

  • Scienza medica, logopedia, arteterapia, musicoterapia, psicoterpia,teatroterapia dovrebbero essere STRUMENTI al servzio delle persone. Mi viene da pensare ad uno “spazzolino da denti”. Lo spazzolino non è tanto biasimabile di per se, se lo usi per lavarti i denti. Ma se si crede che lo spazzolino possa essere usato in ogni situazione, allora è un problema di ignoranza madornale, e non dello spazzolino. Mi rendo conto che medici, logopedisti, etc, possono narcisisticamente scordarsi che il loro scopo è di usare il loro spazzolino al servizio delle persone, poichè la loro identità assume sembianze con lo strumento che invece dovrebbero solo usare, o non usare. In tale processo di valutazione c’è tutto il rischio drammatico di un conflitto interiore dove in gioco c’è il potere, l’identità. Per cui non ci sono distanze in cui riconoscere altri strumenti, magari più utili in altre situazioni, od in cui riconoscere le persone che ne devono usufuire. Il dramma è che poi quegli strumenti vengono utilizzati sulle persone, “per curarle” “per il loro bene” con la presunzione inconscia o non, di chi le riduce ad una loro protesi identitaria, arrogandosi un diritto divino di dispensare l’unico strumento giusto e possibile sulla terra. In qusto senso il paziente è senza diritti, ed in questo senso capisco chi si colloca all’estremo opposto biasimando ogni specialista, ogni terapista. Tuttavia, se pur comprensibile, questa non è la soluzione. Sarebbe un po’ come rifiutare massicciamente ed a priori, l’uso dello spazzolino da denti. Perchè ?

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