Per chi suona la campana

On 12 novembre 2012

Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana:suona per te.
John Donne (1572 – 1631)

di Rita Bencivenga, Studio TAF

Avevo nove o dieci anni, un giorno a pranzo mia madre disse: “Questa sera alla televisione danno ‘Per chi suona la campana’, ho proprio voglia di rivederlo”. Per chi fosse troppo giovane per ricordare, si trattava di un film tratto da un romanzo di Hemingway, protagonisti Gary Cooper, nel ruolo dell’americano Robert Jordan che, potendosene stare in patria tranquillo, sceglie invece di andare a combattere (e ovviamente morire) nella guerra di Spagna, e Ingrid Bergman nel ruolo della combattente Maria. Mio padre mi ha guardato e mi ha chiesto, “Rita, per chi suona la campana? La campana che suona a morto?” Ovviamente non potevo rispondere, “per la persona che è morta”, a questo ci arrivavo anche se ero piccola. Così non ho risposto, se non si hanno risposte meglio stare zitte, e lui mi ha detto, dopo un po’ “Suona per te, perché sei parte dell’umanità”. Non ricordo come è proseguito il pranzo o se c’è stato un seguito a questa domanda. Ma questa storia della campana che suonava anche per me mi è rimasta impressa.

Il titolo del libro di Hemingway (e del film che ne è stato tratto nel 1943, diretto da Sam Wood) è ricavato da un famoso sermone di John Donne (Meditazione XVII). “…And therefore never send to know for whom the bell tolls. It tolls for thee”. (…E allora, non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te.) Donne fa riferimento al concetto secondo il quale nessun uomo è un'”isola”, cioè può considerarsi indipendente dal resto dell’umanità. Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Donne scrive nel 1624 e fa riferimento a due idee importanti in quegli anni: primo, che le persone non sono isolate l’una dall’altra ma l’umanità è interconnessa e, secondo, la consapevolezza dell’ineluttabilità della morte. Quindi, Donne parla di legami comunitari e spirituali.

Se siamo interconnessi, ogni evento nella vita di un uomo ha una qualche influenza nella vita di tutti gli altri. Donne ci dice anche: se è vero che tutti moriamo un po’ quando un uomo muore, è altrettanto vero che, proprio grazie a questa interconnessione, una parte di noi allo stesso modo sopravvive alla nostra morte. In una parte meno citata della Meditazione, c’è una metafora: “when one man dies, one chapter is not torn out of the book, but translated into a better language” (quando un uomo muore, un capitolo non è strappato dal libro, ma tradotto in un linguaggio migliore). Non penso alla morte corporea, ma a quella che attribuiamo alle persone dementi che, nel momento in cui perdono memoria del loro passato, ma, soprattutto, quando non riconoscono più i familiari e gli amici, diventano agli occhi di molti come dei morti viventi, in attesa di spegnersi.

Comincio a pensare, invece, che quando una persona diventa “demente”, il capitolo non sia strappato dal libro, ma tradotto in un nuovo linguaggio. Un linguaggio migliore? Forse, in un senso che ancora non mi è noto, ma certamente un linguaggio per il quale non abbiamo ancora un vocabolario. Teilhard de Chardin in anni più recenti rese popolare un concetto nuovo, quello di noosfera, che appare nei suoi scritti per la prima volta nel 1925. Si tratta di un concetto simmetrico a quello della bio-sfera. Per Pierre Teilhard de Chardin, la noosfera è una specie di “coscienza collettiva” degli esseri umani che scaturisce dall’interazione fra le menti umane. La noosfera ha iniziato a svilupparsi con l’organizzazione e l’interazione degli esseri umani a mano a mano che essi hanno popolato la Terra. Più l’umanità si organizza in forma di reti sociali complesse, più la noosfera acquisisce consapevolezza. Teilhard de Chardin ipotizzò che gli esseri umani con i loro pensieri, ma soprattutto con la loro coscienza sono simili ai neuroni di un grandioso “cervello globale” o “mente planetaria”.

Durante le ore passate nelle case di riposo, nelle residenze sanitarie assistite, guardando cosa succede intorno a me, “parlando” in un nuovo linguaggio che usa le parole o parti di esse non per il loro senso comune, osservando i mille piccoli gesti e movimenti e anche la staticità, la lentezza, la fissità, sono in una condizione in cui il mio stesso io, la mia stessa identità dopo un po’ cominciano a sfumare. E allora mi domando: Quando danneggio – parlo di psicologia sociale maligna, non parlo di violenze fisiche o verbali*- una persona che non è in grado di “capire” (leggere, interpretare, per il senso che attribuiamo a questi termini noi, che non abbiamo una diagnosi di demenza) quello che sta accadendo, chi danneggio? Danneggio i parenti, in grado invece di capire cosa succede? Danneggio me stessa, perché danneggio la parte di umanità che mi lega a quell’essere umano? Danneggio la possibilità di crescita di una coscienza migliore, in grado di riconoscere come parte di sé, e quindi di includerli, coloro che hanno lo status di non-persona? Danneggio il mio stesso futuro, allontanando con il mio gesto la possibilità di trasmettere atteggiamenti e pratiche inclusive? Danneggio l’evoluzione di saperi complessi, in grado magari di farci capire modalità di interazione diverse, non meno valide, non meno coinvolgenti, sganciate dal linguaggio, dalla performatività, ma concentrate su sensazioni fisiche, emozioni, sensazioni? Danneggio la costruzione di nuove consapevolezze, di nuove letture di realtà che abbiamo davanti agli occhi e ancora non sappiamo interpretare (o non vogliamo capire che potremmo arrivare ad interpretare)?

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* (per saperne di più sul concettodi psicologia sociale maligna, coniato da Tom Kitwwod, cfr. AlTrA newsletter 3, 30-11-2010 disponibile sul sito web del progetto http://llpaltra.wordpress.com/)

Testo tratto dalla newsletter finale del Partenariato di Apprendimento ALTRA

disponibile alla pagina http://llpaltra.wordpress.com/newsletter/

 

 

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